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Il lavoro e la festa: il ciclo del vino nella Roma Antica
desimo sacerdote, sorta di espressione del dio in ambito terreno, dove-
va seguire tutta una serie di regole che andavano dal non poter avere
vesti con nodi al non poter vedere una persona imprigionata (nel caso
di un incontro fortuito questa doveva essere immediatamente liberata),
al non poter aver contatti con simboli di morte (come la capra), al non
poter presenziare a situazioni conflittive in genere. Il suo tratto di entità
celeste si allarga quindi a peculiarità di divinità dell’ordine, della pace in
quanto sistema definitivamente strutturato. Significativa in tal senso
l’interpretazione data da Carl Koch (Giove Romano, Roma, 1981), che
vede nel dio il simbolo dello Stato romano, l’ordine definitivo dato da
questo al mondo, un’Orbis costituita sull’immagine dell’Urbs.
Ma qui siamo nell’ambito del tempo atmosferico, cosa che non limi-
ta però l’intervento divino a una sfera celeste, ma la amplia aggiungen-
do, al dominio di questa regione, la superiore capacità di “lenire”, ossia
di mitigare, di creare ordine dove potrebbe sorgere il rischio del caos, e
dove pertanto non si può lasciare il dominio ad una piacevole ma sem-
pre imprevedibile Venere, pur presente nella raccolta di un frutto dal
quale si ricaverà la dolce bevanda. Giove modera il tempo, modera il
piacere, e con ciò prepara il campo al lavoro che dovrà seguire.
Giungiamo con ciò alla seconda fase del ciclo, quella in cui il frutto
viene trasformato nella bevanda. Attività che si svolgeva nel corso del
mese di Ottobre, con la ritualizzazione fissata in data 11, che i calendari
indicavano come giorno dei Medritinalia. Significativo il dato che il ca-
lendario Amiternino indichi questo giorno come feriae Iovi, ad eviden-
ziare che anche questa fase di produzione era posta sotto la protezione
del dio sommo. Il termine “Meditrinalia” dovrebbe derivare dal sostan-
tivo “meditrina”, indicato da Dumézil come il luogo utilizzato per la
produzione della bevanda. Cosa che avveniva mediante un’operazione
di mescola, per cui al succo dell’uva spremuta veniva aggiunta una certa
quantità di vino ad alta gradazione invecchiato allo scopo. Varrone scri-
ve «Meditrinalia a medendo», facendo quindi derivare il termine dal
verbo medeor, che significa “curare”. Il mosto, perché si trasformi in vi-
no, deve essere “curato”, ovvero trattato con del vino forte, in modo da
raggiungere quello stato che lo renda adatto al consumo dell’uomo:
Anno
non troppo forte, da risultare inebriante, non privo di quella robustezza
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n.
6
300 SILVÆ

