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Il lavoro e la festa: il ciclo del vino nella Roma Antica
(ritualmente rapite dal Pontifex Maximus), dovevano mantenersi vergini
per i trent’anni nei quali erano in carica. Loro compito precipuo era di
tenere in vita il fuoco sempiternus che ardeva nel tempio e che veniva rin-
novato annualmente alle Calende di marzo. Se venivano meno all’obbli-
go della verginità erano punite con la morte: sepolte vive nel campus sce-
leratus all’interno di Porta Collina, o gettate dalla Rupe Tarpea.
Il tempio conteneva, oltre alla fiamma, il pignus (o i pignora), ossia uno
o più oggetti di carattere sacro simboleggianti il potere di Roma, non-
ché muries (salamoia) e mola salsa (farro macinato condito con sale).
Quest’ultima era preparata dalle Vestali fra le None di maggio ed il
giorno precedente le Idi: torrefacevano spighe di grano, le macinavano,
le salavano, e cuocevano la farina ottenuta. Questa “farina salata” era
indispensabile nel culto (con questa si cospargevano le vittime sacrifi-
cali, da cui il termine “immolare”), ma era utilizzata nell’ambito della
festa anche a scopo alimentare, visto che si aveva gran profusione di fo-
cacce (scabras molas, Ovid. Fast. 6, 312) ai presenti. Ovidio rintraccia
l’antefatto del rituale (Fast. 6, 304 s.) in un pasto consumato in tempi
antichi dinanzi al fuoco, con la fede che vi partecipassero anche gli dèi,
sottolineando con ciò la centralità dei due elementi: il cibo, che nell’ac-
cezione di purezza e semplicità è focaccia di farro, ed il fuoco, utilizzato
a scopo alimentare. Questi elementi ci indicano allora come il penus co-
stituisse essenzialmente la dispensa della casa, dove il farro, indispensa-
bile alla sopravvivenza, veniva conservato, e come il fuoco rappresen-
tasse il focolare domestico, con l’essenziale funzione della cottura dei
cibi. Le Vestali erano dunque le padrone di questa casa-focolare, e ave-
vano il fondamentale compito di mantenere vivo il fuoco, non simboli-
camente inteso in una accezione di potere o di dominio, ma visto in
funzione della cottura del cibo nell’ambito di un tempio-cucina, centro
di una Roma per la quale la funzione alimentare era la base per la so-
pravvivenza di sé e del cosmo.
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