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Il lavoro e la festa: il ciclo del vino nella Roma Antica


            che lo rende anche un farmaco, in grado appunto di curare chi lo usa
            con moderazione.
               Tornando al rapporto con Giove, notiamo come ancora in questo
            caso il dio venga posto a protezione di una forma di equilibrio, del vino
            come di chi lo consuma: egli deve con la sua moderazione salvaguarda-
            re la salus del cittadino, che viene a coincidere con la salus (salvezza) del-
            lo Stato.


            Dalla fabbrica al mercato
               L’ultima fase del ciclo cade nel mese di aprile e la celebrazione, nota
            come Vinalia priora, cade il giorno 23. I Fasti Antiates dedicano il giorno a
            Venere Erucina, dal momento che nel medesimo giorno dell’anno 215
            a.C. i consoli Quinto Fabio Massimo e Tito Otacilio compirono la dedica-
            tio del tempio di Erice dopo la sconfitta del Trebbia nella guerra annibali-
            ca. Il tempio era ubicato sul Campidoglio, accanto a quello della Triade.
               La presenza di Venere, sottolineata da Ovidio (Fast. 4, 865), eviden-
            zia il carattere piacevole ed inebriante della bevanda, che per tale aspet-
            to cade nell’ambito della dea della voluptas; ma ancora attraverso Ovidio
            si mostra l’esigenza di porre la celebrazione sotto la protezione di
            Giove. Esigenza ulteriormente sentita da Varrone, che scrive «Hic dies
            Iovis, non Veneris» (de l. L. 6, 16) e da Macrobio: «Iovi sacer et non, ut
            quidem putant, Veneri» (1,4,6). Ad un costume popolare che concepiva
            il vino come fonte di piacere e di ebbrezza si contrapponeva dunque
            una scelta religiosa, che intendeva sottoporre la bevanda alle norme di
            un bere alimentare e salutare.
               Montanari (Identità culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana,
            Roma, 1988), sulla base del mito ovidiano relativo alla lotta fra Enea e
            Mezenzio (Fast. 4, 879-896), nota come non si realizzi a Roma un rap-
            porto fra sostanza inebriante e virtus guerriera, come avviene nell’am-
            bito di altre culture indoeuropee. Lo scontro vede vincitore Enea, che
            vota a Giove i musta della vendemmia ventura, sottraendoli al consu-
            mo umano in funzione guerriera, cui sarebbero invece stati destinati        6
            per scelta di Mezenzio. Ciò vuol dire che egli rinuncia a un uso della      n.
            bevanda favorente il furor bellico, e che consegue la vittoria grazie a     -  II
            questa rinuncia.
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