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Il lavoro e la festa: il ciclo del vino nella Roma Antica


            zo 31 giorni, aprile 29, maggio 31, giugno 29, luglio (Quintilis) 31, ago-
            sto (Sextilis) 29, settembre 31, ottobre 31, novembre 29, dicembre 29,
            gennaio 29, febbraio 28, per complessivi 357 giorni.
               Con lo scopo (pur nel rispetto fra Calende, None e Idi e l’effettivo
            apparire della luna nuova, del primo quarto e del plenilunio) di concilia-
            re l’annualità lunare con quella solare, si procedeva a intercalazioni: ogni
            due anni si inserivano alternativamente un mese mercedonius di 22 ed uno
            di 23 giorni (in effetti si trattava di 27 o 28 giorni ubicati dopo il 23 feb-
            braio, i cui giorni restanti venivano eliminati), sì da formare annualità di
            una lunghezza media di 366,25 giorni, ossia eccedenti di circa un giorno.
               L’anno iniziava in origine col mese di marzo, visto che Quintilis e
            Sextilis potevano essere quinto e sesto mese dell’anno solo partendo da
            marzo, e che proprio alle Calende di tal mese si compivano riti contras-
            segnanti un inizio d’annualità: il rinnovamento del fuoco nel tempio di
            Vesta, delle fronde d’alloro che adornavano le case dei flamini maggiori
            e del rex sacrorum, oltre che le curie (Ovid. Fast. 1, 37 ss.). Per un certo
            periodo, ossia dal 222 al 153 a.C., i consoli entrarono in carica alle
            Calende di marzo, mentre in seguito tornarono ad assumere la loro
            funzione alle Calende di gennaio. Questo dato non propone una scis-
            sione fra campo religioso e politico, ma l’intenzione di valutare ora un
            inizio nel mese di Giano (gennaio), ora uno nel mese di Marte e di
            Giove (marzo). Un anno avente inizio in gennaio sottolineava l’aspetto
            “gianale”, ossia di apertura, di inizio; un anno con in testa marzo era
            colto nella sua sommità, nella sua pienezza, ossia nel suo aspetto “gio-
            vio” (D. Sabbatucci, La religione di Roma antica. Dal calendario festivo all’or-
            dine cosmico, Milano, 1988: 11).
               Questa duplicità di valori è sintetizzata dall’enunciato agostiniano
            «penes Iovem sunt summa, penes Ianum prima» (Aug. Civ. 7, 9).
            Possiamo quindi affermare che l’anno romano iniziava sia a gennaio
            che a marzo, ossia che sia gennaio che marzo recavano in sé il crisma di
            un inizio, ma mentre il primo indicava un cominciare con difficoltà,
            l’altro sottolineava il sorgere di un’annualità in pieno vigore.            6
               Tornando al problema del rapporto fra il calendario lunare, quello       n.
            codificato dal re Numa, con il ciclo stagionale, sappiamo che l’approssi-   -  II
            mazione per eccesso di un giorno fece sì che l’equinozio di primavera
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