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Il lavoro e la festa: il ciclo del vino nella Roma Antica


            mentale per il Romano, quale esercizio delle sue facoltà di cittadino. I
            giorni di festa (festi) venivano invece qualificati come nefasti, perché
            non bisognava svolgere attività lavorative, ma li si doveva dedicare al-
            l’otium e agli dèi. L’intera annualità romana era dunque minuziosamente
            organizzata su questa base, su questa alternanza fra ozio e lavoro, fra
            giorni consacrati e giorni dedicati ad attività profane, sulla base di un
            calendario che, erede di un’antichissima tradizione, prendeva come
            fondamenti l’attività agricola. È quindi ovvio che molti rituali si fondas-
            sero su ricorrenze stagionali, sui tempi della vita vegetale quale base per
            il sostentamento dell’Urbe. Fra tali rituali prendiamo qui in esame quel-
            li concernenti la raccolta dell’uva, la preparazione e l’utilizzazione del
            vino, che a Roma ebbe un significato del tutto particolare, una funzione
            civica, si potrebbe dire, considerando il suo legame con l’idea dello
            Stato e dei suoi valori.


            Dalla vendemmia al vino
               Ovviamente la fase iniziale del ciclo del vino aveva inizio con la rac-
            colta del frutto, che avveniva a partire dalla fine di agosto, e che portava
            quindi alla vinificazione nel mese di ottobre. Questo momento veniva
            ritualmente celebrato il 19 agosto, giorno di festa pubblica indicato co-
            me Vinalia rustica. La data calendariale reca inoltre la dedica a Venere,
            della quale veniva celebrata la consacrazione di due templi, uno presso
            il Circo Massimo, l’altro presso il Bosco Libitinese (Fest. 322 L.).
            Eppure il rituale con il quale si dava inizio alla vendemmia era rivolto a
            Giove: dopo che il sacerdote aveva estratto le viscere di un’agnella, si
            aveva l’estirpazione del primo grappolo, e quindi l’offerta delle interio-
            ra al dio.
               Tale rituale, descritto da Varrone, aveva un chiaro scopo, come sot-
            tolinea lo stesso autore: «pro tempestatibus leniendis» (Varr. de l. L. 6,
            16), ossia per evitare che piogge e vento potessero rovinare il raccolto.
            Risulta così chiara in questo caso la funzione del dio sommo, il cui ca-
            rattere risulta insieme complesso ma pur chiaramente orientato. Giove       6
            romano è dio celeste: il fatto che il suo flamen (il flamen Dalis) dovesse in-  n.
            dossare un copricapo particolare (l’apex) trovandosi all’aperto (sub divo),  -  II
            evidenzia questa relazione; ma non si limitava a questo, visto che il me-
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