Page 299 - SilvaeAnno02n06-005-Sommario-pagg.004.qxp
P. 299

Il lavoro e la festa: il ciclo del vino nella Roma Antica


                  Per quanto concerne il rituale di questa giornata, esso vede l’offerta
               primiziale a Giove d’un boccale di vino nuovo (calpar), quindi la bevanda
               può essere consumata e commerciata. Il giorno è pertanto fastus, lavora-
               tivo, a sottolineare un uso quotidiano e non festivo del bere e il fatto che
               ci si deve dedicare alla vendita del prodotto dopo il semplice assaggio.
                  Rimanendo nello specifico ambito religioso per quel che concerne la
               produzione e la fruizione del vino, si evidenzia una particolare mentalità
               diffusa nella Roma più antica, per la quale si condannava l’uso di sostan-
               ze inebrianti, come ogni pratica estatica, in quanto pericolosa forma di
               de-mentia. Il segno di questo rifiuto, almeno nello stretto ambito della ri-
               tualizzazione del ciclo del vino, è dato dalla presenza costante di Giove,
               che in ogni fase del processo impone i suoi valori: l’equilibrio, la calma,
               un ideale di salus derivante da un ordine insieme fisico e cosmico, del
               quale egli è garante in quanto personificazione dello Stato romano.
               Certamente compare anche Venere, visto che si tratta pur sempre di un
               qualcosa di piacevole, ma così come si accenna alla sua presenza, si sente
               il bisogno di indicare la presenza del dio sommo, a salvaguardia di un
               equilibrio che la dea potrebbe alterare con la sua gratia. Schilling traduce
               questo termine con charme, che indica tanto la seduzione quanto la fasci-
               nazione, sconfinando nel campo del magico come dell’azzardo, rischio
               al quale può porre rimedio solo Giove con la sua presenza rassicurante.
                  Consideriamo infine che non è il solo ciclo del vino ad avere una va-
               lenza religiosa, ma ogni altra produzione alimentare, elemento essen-
               ziale per la sopravvivenza dell’urbe. La cosiddetta terza funzione indivi-
               duata da Dumézil per quel che concerne la tradizione indoeuropea, ha
               in generale la medesima importanza della altre due, quella magico-giuri-
               dica come quella guerriera, ma a Roma in particolar modo acquista una
               dignità superiore. Pensiamo ad esempio al valore del tempio di Vesta
               col suo sacro fuoco, nel cui ambito si volgeva il ciclo di celebrazioni de-
               dicate alla dea, fra il 7 e il 15 giugno. Questo aveva inizio con l’apertura
               del penus e si concludeva con la pulizia dell’edificio e con la sua chiusu-
               ra. La sua costruzione è attributa a Numa, e Ovidio spiega la sua forma
               circolare al fatto che, identificandosi col globo terrestre, ne ripropone
               la forma e la centralità nell’universo (Ovid. Fast., 6, 263 ss.). Le Vestali
          Anno
               godevano di prestigio e di privilegi: scelte fra bambine tra i 6 e i 10 anni
          II
          -
          n.
          6
         302 SILVÆ
   294   295   296   297   298   299   300