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Strategie e politiche nelle relazioni tra agricoltura e biodiversità
co, fu necessario aumentare la produzione agricola, privilegiando le va-
rietà più produttive e resistenti, che si diffusero rapidamente a discapito
delle autoctone, la cui caratteristica era rappresentata da un’elevata va-
riabilità genetica, in grado di fornire una forte adattabilità alle diverse
condizioni ambientali. La Rivoluzione verde, cominciata nella seconda
metà del XX secolo, mutò radicalmente il paesaggio: il nuovo sistema
agricolo fu accolto con favore dagli agricoltori, che furono in grado di
aumentare la produttività e la produzione in zone colpite da calamità
naturali, ma allo stesso tempo la sua rapida espansione ebbe effetti ca-
tastrofici sulla biodiversità.
Il nuovo orientamento aveva come obiettivo l’autosufficienza ali-
mentare e per raggiungerla, premeva per l’aumento delle produzioni
delle singole colture attraverso l’utilizzo di metodi d’irrigazione più ef-
ficienti, l’uso massiccio di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi chimici e di
macchinari, con una notevole conseguente riduzione della manodope-
ra. L’applicazione di tale sistema produttivo determinò uno sfrutta-
mento intensivo delle risorse naturali, con l’abbandono dei terreni mar-
ginali (dove, per poter coltivare, si erano sviluppate tecniche di produ-
zione che permettevano la coesistenza di più ecosistemi e, quindi, di
un’ampia biodiversità) e l’irreversibile danneggiamento degli ecosistemi
sviluppatisi ai margini delle colture. In Italia, nel secondo dopoguerra,
con l’avvento della meccanizzazione e della Politica agricola comune, le
dinamiche di modificazione dei territori rurali hanno assunto un ritmo
ancora più rapido; queste hanno notevolmente inciso sull’impoveri-
mento della biodiversità naturale, ancora presente nelle zone rurali, so-
prattutto a causa dell’intensificazione delle attività agricole nelle zone
più vocate (grandi pianure alluvionali) e l’abbandono dell’agricoltura
nelle zone più svantaggiate (zone montane e/o di media alta collina),
come testimoniano i numerosi studi svolti sull’argomento (Berardini
L., 2006; Boggia A., 2002).
La perdita di biodiversità può recare all’uomo danni sia nel lungo
che nel breve periodo; per questo è necessario incentivare nel tempo il
processo d’identificazione e conservazione del maggior numero possi-
bile di animali e piante non più utilizzati e minacciati da possibile
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