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La “Quercus Suber” a Brindisi: una presenza anomala, un’ecologia di confine


               sere passate attraverso un processo “selettivo” in grado di premiare
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               quelle in possesso di caratteristiche più confacenti alle condizioni eco-
               logiche del Brindisino.
                  Per quanto riguarda l’ipotesi relativa alla prima importazione, c’è da
               dire che essa sembrerebbe suffragata da alcuni documenti e da conside-
               razioni che sembrerebbero farla ritenere legata proprio all’attività ed al-
               la struttura dell’antica società romana.
                  Brindisi fu infatti un fiorente porto commerciale romano, ed è per-
               tanto probabile che gli stessi Romani abbiano fruito dei servigi offerti
               dalla pianta anche in una zona dalle condizioni ecologiche così poco
               confacente alle esigenze della specie.
                  Senza analizzare in profondità le motivazioni che avrebbero portato i
               Romani ad importare questa specie nel Brindisino, ci si limiterà qui ad
               indicare che il sughero rientrava forse fra i materiali di costruzione delle
               navi, alle quali era molto utile in quanto in grado di assorbire gli urti nel
               vano preposto allo scopo fra le paratie esterne e lo scafo. Così come lo
               stesso sughero, opportunamente sbriciolato, poteva essere un materiale
               idoneo per evitare la frantumazione delle anfore trasportate dalle navi
               nel corso dei viaggi via mare. Non è del tutto fuori luogo ritenere, inol-
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               tre, che le sugherete di Brindisi fornissero la materia prima oggetto degli
               scambi commerciali con le popolazioni che vivevano più a oriente.
                  I Romani avrebbero proceduto ad importare la specie ricorrendo a
               plantule appositamente trasportate o, più probabilmente, a ghiande: gli
               accorgimenti richiesti sono in quest’ultimo caso notevolmente inferio-
               ri, e la conservabilità delle ghiande è ben maggiore rispetto alle giovani
               piantine, tanto più se si considera il loro trasporto per un viaggio di di-
               verse centinaia di chilometri attraverso gli Appennini, effettuato con i
               mezzi dell’epoca.
                  La maturazione delle ghiande avviene in autunno, per cui è scontato
               che la raccolta debba essere avvenuta in tale stagione; considerando poi
               il limitato periodo di tempo in cui la ghianda conserva le proprie pro-
               prietà germinative, il loro trasporto e la successiva messa a dimora pos-
               sono essere ipotizzate in un lasso di tempo abbastanza ravvicinato.
                  È facile immaginare che a carico delle prime Sughere brindisine si sia
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               verificata una moria generalizzata o quanto meno un deperimento del-
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