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Konrad Lorenz, un etologo ambientalista al di fuori degli schemi
bientale, che caratterizzò la sua esistenza fin dai primi anni: «Vorrei dire
innanzitutto che io non ho cominciato a tenere degli animali perché ne
avevo bisogno per scopi scientifici: no, tutta la mia vita è stata legata
strettamente agli animali, fin dalla prima infanzia. […] Crescendo ho al-
levato gli animali più diversi […]. Mi sono comportato sempre in que-
sto modo: per conoscere a fondo un animale superiore, ho vissuto con
lui. L’arroganza di certi scienziati moderni, che credono di poter risol-
vere tutti i problemi studiando un animale soltanto a livello sperimenta-
le, è stata sempre estranea alla mia mente. E i problemi importanti si ri-
solvono soltanto se si conosce l’animale in maniera diretta». 5
Allevò un gran numero di individui appartenenti a varie specie, os-
servandoli in un regime di libertà o di semi-libertà, spesso proprio nel
loro habitat naturale (famosi sono i suoi studi sulle anatre), lontano dalle
costrizioni a cui, fino ad allora (salvo rare eccezioni) erano stati sotto-
posti in laboratorio. Ciò gli permise di “vedere” molte cose che erano
sfuggite o erano state fraintese in precedenza. Certo la familiarità con
gli animali, che lo ha connotato, derivava dalla sua disposizione di fon-
do a non considerarli come “oggetti” da analizzare, ma, piuttosto, co-
me “colleghi” meno dotati, però assai simpatici, con cui, quindi, si può
instaurare un rapporto partecipativo, empatico, come aveva osservato
Bateson. Tale rapporto era costituito da spontaneità e immediatezza,
sempre regolato, però, da rigorosi canoni che lo qualificano come fatto
scientifico. Gli interessanti risultati ottenuti da Lorenz dovrebbero far
riflettere sui notevoli limiti del metodo di analisi basato solo sulla rigida
e asettica separazione Io-Mondo, cioè Soggetto-Oggetto. I suoi studi
gli permisero, tra l’altro, di evidenziare certi gravi errori, commessi da
altri ricercatori, derivanti dalla lettura meccanicista dei dati comporta-
mentali, tipica dei cosiddetti comportamentisti (chiamati pure behaviori-
sti, come J.B. Watson e F. Skinner, che portavano alle estreme conse-
guenze la vecchia teoria meccanicista dei riflessi), sia anche dalla lettura,
altrettanto mistificatrice, tesa ad antropomorfizzare gli animali.
Lorenz, forse per primo, anche se con alcuni limiti, colse il vero si- 4
gnificato e valore dell’istinto, inteso come fenomeno autonomo e spon- n.
taneo, innato, quindi geneticamente condizionato, ponendo così in una - II
luce molto più complessa e articolata, il comportamento animale, in
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