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rimasero  chiusi  alcuni  cinghiali
           presenti in quel territorio.
           Di  quali  cinghiali  si  trattava?
           Secondo  la  guardia  Cigni  erano
           senza    dubbio     maremmani.
           Ricorda infatti lo stesso Cigni: “Nel
           1961,  insieme  al  collega  Silverio
           Baccani, scoprimmo per la prima
           volta le tracce di tre cinghiali, un adulto e due più piccoli e a partire da quell’anno
           le  orme  e  quindi  i  cinghiali,  incominciarono  ad  aumentare.  Questi  animali
           venivano sicuramente dalla Maremma, perché noi della Forestale non avevamo
           certo cinghiali da liberare”.
           A questo proposito, sempre il Cigni si dichiara assolutamente certo, dati gli stretti
           rapporti di lavoro e anche di caccia che intratteneva con il dott. Brogi, che mai
           furono inseriti nei recinti di Cornocchia dei cinghiali provenienti da altre parti. Da
           questo piccolo nucleo di cinghiali ebbe dunque inizio un allevamento, composto
           esclusivamente da cinghiali già presenti nel territorio. D’altro canto, nel comune
           di  Radicondoli,  testimonia  ancora  una  volta  il  Cigni,  il  primo  cinghiale  fu
           abbattuto verso la metà degli anni ’60, ma la prima squadra di caccia al cinghiale,
           composta da circa 40 cacciatori, fu formata solo verso la metà degli anni ’70.
           A partire dal 1966, i cinghiali presenti nei recinti di Cornocchia aumentarono
           rapidamente di numero. Negli anni ’80, secondo i ricordi di Cigni, nei 3 recinti
           erano ormai presenti nel complesso circa 1.300-1.400 cinghiali. Per fare fronte
           alle esigenze alimentari di un così elevato numero di animali, venivano fornite
           ingenti  quantità  di  mais  in  grani  e  venivano  coltivati  anche  alcuni  campi.  I
           cinghiali erano catturati, tramite trappole “di forma rotonda”, e venduti per scopi
           di ripopolamento in tutta Italia. “Ho portato personalmente” -afferma Cigni- “
           questi cinghiali a Cosenza, a Bari, a Pugnochiuso nel Gargano, nella Riserva di
           caccia della Idrocarburi, oggi ENI, voluta tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60
           da Enrico Mattei e in tutta la Calabria, compresa Reggio. Durante questi trasporti,
           ho avuto anche la ventura di perdere 2 cinghiali: uno sull’autostrada Roma Napoli
           durante una sosta in un’area di servizio, successivamente abbattuto dalla polizia
           stradale;  l’altro  a  Pugnochiuso  mentre  stavo  trasportando  un  contingente
           destinato alla Foresta Umbra del Gargano”.
           Oggi, tuttavia, queste memorie orali, grazie al Reparto Carabinieri Biodiversità di
           Siena (in particolare alla sensibilità del Tenente Colonnello Carlo Saveri che per
           primo ha compreso l’importanza scientifica di un recupero della documentazione




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