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Roma, potenza e simbologia: dai boschi sacri al “miglio d’oro”


            La terminologia forestale

            Tagliare i boschi sacri o danneggiarli era considerato un sacrile-
            gio. Peraltro, era consentito, di tanto in tanto, effettuare dei dira-
            damenti. Da qui derivano alcuni termini forestali che sono rima-
            sti ancora in uso. I Romani chiamavano caesia, da caedo, tagliare,
            l’atto di radere il bosco ceduo. Con il termine conlucare (da lucus
            facere) si effettuavano, invece, i diradamenti, con tagli saltuari.
            È interessante poi notare che nell’antichità il terreno veniva
            distinto in  pubblico o  privato; per ciò concerneva l’uso era,
            invece, consacrato (divini juris) o profano (humani juris).
            Il terreno consacrato (o la cosa consacrata) veniva a sua volta
            distinto in  sacro (sacra),  religioso  (religiosa) o  santo (sancta).
            Sacre erano quelle cose che, con sovrana approvazione, erano
            dai pontefici consacrate agli dei con riti pubblici e solenni. In
            particolare anche gli alberi piantati nei sacrari pubblici, i boschi
            direttamente dedicati al culto e addirittura il legno degli alberi
            sacri deperiti.
            Religiose, invece, erano quelle cose che si dedicavano agli estin-
            ti (tumuli e luoghi ove si conservavano le ceneri). Quindi, cia-
            scuno poteva destinare una parte del proprio terreno a scopo
            religioso, inclusi anche i boschetti ad ornamento di mausolei e
            sepolcri. Per gli antichi, la sepoltura sotto gli alberi doveva per-
            mettere di far assorbire il corpo del trapassato dalle radici e di
            vivificare la materia nella pianta. La compenetrazione tra la
            salma e l’organismo arboreo assumeva, quindi, una valenza for-
            temente simbolica: affondando le radici nella madre terra ed
            innalzando il vertice al cielo era come se il defunto espandesse le
            braccia, a protezione e salvezza della stirpe, continuando a par-
            lare all’affetto ed alla memoria dei posteri.
            Le piante più in uso per questo scopo, oltre al cipresso, erano i
            platani, il mirto, le querce ed i melograni.
            Gli alberi cui le tradizioni attribuivano origine sacra (tra questi
            ricordiamo il fico ruminale di cui parleremo tra breve) erano ogget-
            to di custodia religiosa. Il popolo santificava gli alberi ed i boschi
            ergendovi are o simulacri delle divinità, i quali venivano talvolta
            appesi ai fusti ed ai rami degli alberi stessi. La consacrazione dei
            boschi e degli alberi veniva effettuata con voti e riti solenni.


                                                            SILVÆ - Anno VI n. 14 - 285
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