Page 170 - 103-118 LAGOMARSINO, COSTANTINI, PAGLIAI II bozza:orientamento I bozza
P. 170
La difficile lezione di Sarno
Il dopo alluvione di Sarno
Negli anni successivi all’alluvione numerosi sono stati gli studi,
i Convegni, i contributi del mondo scientifico all’analisi e com-
prensione del fenomeno.
Quello che balza agli occhi è che nonostante la ripetitività dei
fenomeni, i politici, gli amministratori, gli scienziati ed i tecnici
vengano sempre colti impreparati dall’ultimo evento catastrofi-
co che accade.
A Sarno l’unico tipo di intervento realizzato nel dopo alluvione
consiste nella costruzione di grossi “canaloni di transito” sul
pendio e, a valle, di enormi “vasche di raccolta” del materiale
piroclastico che eventualmente dovesse colare nuovamente.
Opere colossali in calcestruzzo, molto costose e, secondo alcuni
studiosi anche inutili, in quanto realizzate in corrispondenza di
quei valloni naturali che furono quasi completamente svuotati
dall’alluvione del 1998.
Secondo gli stessi studiosi le sopra citate opere, definite da chi le
realizzò “di messa in sicurezza”, hanno comportato unicamente
un ulteriore stravolgimento dei pendii, di tipo paesaggistico e
geologico, nonché una sottrazione di utili suoli agrari nella por-
zione pianeggiante dove sono realizzate le vasche.
Nemmeno un ruolo di “mitigazione del rischio” viene loro rico-
nosciuto dagli stessi studiosi, in quanto, come già accennato i
canaloni naturali risultano ormai svuotati di detriti.
La realtà è che qualsiasi opera (di messa in sicurezza o solo miti-
gatrice) realizzata a posteriori di un disastro risulterà poco o
affatto efficace, in quanto, anche concettualmente, giunge in
ritardo nella difesa del bene che si intenderebbe tutelare.
Se poi queste opere sono meramente passive ed affrontano il
problema laddove si manifesta l’effetto distruttivo (sul pendio o
a valle) e non dove si originano le cause (alla sommità dei rilie-
vi), l’efficacia ne risulta ulteriormente ridotta.
All’ultimo Congresso dell’Ordine dei Dottori Agronomi e Fore-
stali la difesa del suolo è stata definita “una terra di nessuno,
dove la frammentazione degli interventi ... non riescono ad
impedire alle colate di acqua, fango e detriti di entrare agevol-
mente nei centri abitati, portandovi morte e distruzione”.
SILVÆ - Anno VI n. 14 - 173

