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Imparare dalla catastrofe. Riflessioni sul senso odierno del male e della prevenzione ambientale
1. Il futuro possibile
La maniera in cui oggi intendiamo lo statuto metafisico del futuro in
rapporto alla contingenza o necessità degli eventi, rappresenta più un
ostacolo, che non un vantaggio, per il concetto di prevenzione. Un
diverso spirito «filosofico in grado di proteggerci da noi stessi», deno-
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minato da Dupuy «catastrofismo illuminato» , fa invece leva su un con-
cetto di futuro in contrapposizione a quello appartenente alla metafisi-
ca comune. Su tale argomento ruotano le riflessioni del filosofo fran-
cese, in parte mutuate dal pensiero di Günther Anders.
I limiti con cui s’immaginano le conseguenze del futuro, sono stati
illustrati da Anders con la parabola del profeta di sventura. Immaginò
che Noè, cercando di volgere a proprio vantaggio la cattiveria e la
superstizione del popolo, si vestisse a lutto e comunicasse ai propri
concittadini la loro morte a seguito del diluvio.
Gli venne chiesto se qualcuno era morto e chi era morto. Noè rispo-
se che erano morti in molti e, con gran divertimento per coloro che
ascoltavano, che quei morti erano loro. Quando gli fu chiesto quando
si era verificata la catastrofe, egli rispose domani. […] Dopodomani il
diluvio sarà una cosa che sarà stata. […] A sera un carpentiere bussò
alla sua porta e gli disse: lascia che ti aiuti a costruire l’arca, perché quel-
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lo che hai detto diventi falso .
Nelle parole del profeta di sventura il lutto per i morti che non sono
ancora tali è già presente, invertendo il tempo e rendendolo circolare,
cosicché il futuro diviene un eterno presente. Tra previsione passata ed
evento futuro viene a porsi una positiva tensione circolare. Allo stesso
modo, il detto della tradizione amerindia – «La terra ci è data in presti-
to dai nostri figli» – postula l’esistenza di un’idea ciclica del tempo, che
non è più la nostra, ma che può esser fatta propria. Il detto citato impo-
ne di pensare un’inversione temporale in cui siano le generazioni futu-
re a darci la terra: l’uomo non è il «proprietario della natura» ma ne ha
solo l’usufrutto ricevuto dal futuro. Occorre quindi proiettarsi nel futu-
ro e vedere il presente in funzione delle esigenze di uno sguardo che è
stato l’uomo stesso a generare. Questo sdoppiamento che ha la forma
della coscienza, rafforza la reciprocità tra il presente e il futuro.
3 J.P. DUPUY, Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro
Anno
tempo, Donzelli Editore, Roma 2006, p. 21.
4 Riprendo la citazione dal testo di Dupuy (pp. 8-9), presente in G. ANDERS, I morti: discorso sulle
IV
tre guerre mondiali [1964], seguito da Hiroshima è dappertutto: una prefazione [1982], Linea d’om-
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bra, Milano 1990, pp. 16-23.
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