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LA DEPORTAZIONE DEI CARABINIERI DI ROMA (7 OTTOBRE 1943)
di moschetto. I miei compagni morirono tutti. Quello a me destinato traforò la
giacca, non mi aveva colpito. Caddi comunque per terra e mi finsi morto. Poi i sol-
dati tedeschi vennero a toccarci il fianco, per capire se eravamo morti. Trattenni il
fiato. Caricarono le pistole per il colpo di grazia. E ancora una volta incredibilmen-
te non fui colpito: il proiettile bruciò solo i capelli. Dopo quindici minuti ripresi i
sensi, mi allontanai velocemente raggiungendo il distaccamento…”(3).
In costanza di guerra e di alleanza, ai Carabinieri vengono denunciati cin-
quantuno casi di violenza sanguinosa nell’isola. Mentre l’Italia frana verso l’ine-
vitabile armistizio(4), la ritirata tedesca attraverso il Meridione registra un’esplo-
sione di pulsioni razziste che, acuite dal mito del tradimento, scatenano l’odio
dei soldati germanici, indottrinati dal nazismo in maniera ben più radicale di
quel che è riuscito in Italia al Fascismo. È un odio non privo di risvolti criminali
e stupidi, come la distruzione dei documenti dell’Archivio di Napoli che con-
servano alla cultura del mondo la storia dei secoli passati: spostati in un paese
dell’interno per sottrarli ai bombardamenti, vi saranno raggiunti e bruciati da
un’apposita missione militare tedesca inviata a compiere l’ottusa rappresaglia.
A Napoli, il 12 settembre, forze tedesche attaccano la stazione Carabinieri
del porto, che resiste e difende il palazzo dei telefoni fino all’esaurimento delle
munizioni infliggendo perdite agli assalitori: catturati, i difensori saranno fuci-
lati il giorno successivo a Teverola, sulla strada di Aversa, davanti a spettatori i
locali obbligati con le armi ad assistere all’esecuzione(5).
(3) - S. PALAZZOLO, Messina, una strage dimenticata, in “REPUBBLICA”, 25 aprile 2004.
(4) - Gli autori del diario del Comando Supremo della Wehrmacht scrivono: “Sbagliata era anche la carat-
terizzazione della capitolazione italiana come “tradimento”. La parte tedesca sapeva da lungo tempo
che l’Italia… aveva esaurito le sue risorse e le sue possibilità… Un esame realistico della situazione
avrebbe potuto condurre in Germania al risultato che sarebbe stato meglio concludere la guerra insie-
me con Mussolini o con Badoglio” (Kriegstagebuch des Oberkommandos der Wehrmacht, a cura di
P. E. SCHRAMM, Frankfurt am Mein, 1963, vol. 3, p. 1530), citato da J. PETERSEN, Italia e Germania nel-
l’estate 1943, in AA. VV., L’ITALIA IN GUERRA. IL QUARTO ANNO - 1943, Roma, 1994, pag. 245.
(5) - Temendo uno sbarco alleato, il comando del XIV corpo d’armata germanico, ordinò che a
Napoli e al porto la resistenza italiana andava stroncata “con l’impiego più spietato e brutale
di ogni mezzo”, anche se tutta la città fosse dovuta andare in fiamme: l’ordine - del cui inde-
cente livello morale il comando aveva una qualche percezione - doveva essere “distrutto dopo
averne preso atto”. Così l’artiglieria venne impiegata contro la popolazione civile che ebbe
“numerosi morti”. G. SCHREIBER, I militari italiani internati nei campi di concentramento del terzo
Reich. 1943-1945, Roma, 1997, pagg. 164-65.
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