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i carabinieri del 1945 - la liberazione




             te all’attuazione dei programmi riguardanti l’impiego dei partigiani che appariva
             sempre più come il solo modo di immettere forze nuove, capaci di portare vigore
             ed  entusiasmo  in  un  organismo  demoralizzato  per l’insufficiente  e  inadeguato
                                                                                     15
             impiego da parte alleata, e depauperato dalle forti perdite dovute alle diserzioni . il
             19 giugno messe rinnovava preoccupato al nuovo capo del governo Bonomi la
             segnalazione fatta a Badoglio un mese prima, circa la situazione riguardante i volon-
             tari nel ciL: appena un migliaio su 21.000 unità, mentre un incremento del loro
             numero “contribuirebbe certamente a potenziare sempre più il morale dei reparti
             operanti”. oltretutto, mentre i volontari dovevano essere “accuratamente vagliati e
             selezionati, sia dal lato fisico che dal lato morale, per assicurarsi che in tutti esista
             realmente e profondamente lo spirito e la volontà di battersi ed anche di sacrificarsi,
             se necessario, per la grande opera di redenzione della patria”, questi limiti sembra-
             vano non esserci nella particolare categoria di volontari costituita dai “patrioti che
             già si sono battuti eroicamente contro la tirannide nazi-fascista”. per questo messe
             assicurava loro un’accoglienza “con particolare amore e slancio tra le file dei reparti
             combattenti,  dovendo  essi  considerarsi  come l’esempio  e l’espressione  migliore
             della nuova italia che riprende sui campi di battaglia le tradizioni gloriose del carso,
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             del piave, del grappa” . il generale Berardi, capo di stato maggiore dell’esercito,
             riferendosi ai primi nuclei di partigiani incontrati nel Lazio, scrive nelle sue memo-
             rie: “si trattava di italiani che avevano arrischiato la pelle per idealità nazionale, e -
             al di sopra di tutti i partiti - mi parve opportuno che il capo di stato maggiore pren-
             desse contatto con questi soldati d’italia, e portasse loro la voce della patria ufficiale
             e la garanzia del loro riconoscimento di soldati”. a questo scopo “sin dal 12 luglio”,
             aveva cominciato a incontrare i partigiani delle “bande del Viterbese, dell’abruzzo
             e delle marche”, consapevole che “man mano che si liberava l’italia e si guadagnava
             terreno verso nord, aumentava il numero dei partigiani che avevano sopportato
             sacrifizi, corso rischi e seriamente contribuito alle operazioni degli alleati. il proble-
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             ma dei patrioti si andava allargando e bisognava affrontarlo in pieno” .
                  La realizzazione dei programmi decisi del comando supremo e dallo stato
             maggiore dell’esercito dipendeva però dalla volontà degli alleati, ai quali spettava in
             ultima analisi ogni decisione di carattere operativo. da parte italiana si individuò

             15  considerato che i bandi di reclutamento non davano i risultati sperati, a metà agosto il ministero della
               guerra disponeva l’abolizione del bando n. 8 del 28 ottobre 1943. cfr. aussme, smg, ds, 16 agosto 1944.
             16  aussme, i-3, 99/2, il comando supremo al presidente del consiglio dei ministri, 19 giugno 1944,
               n. 13800, e aussme, i-3, 233/1, comando supremo, i rep., uf . operazioni, 22 maggio 1944, a s.e.
               il  maresciallo Badoglio presidente  del  consiglio  dei ministri,  prot.  n.  13212/op.,  oggetto:
               partecipazione italiana alle operazioni.
             17  cfr. paolo Berardi, memorie di un capo di stato maggiore dell’esercito, Bologna, odcu, 1954, p.
               130 e ss.

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