Page 51 - Rassegna 2025 numero speciale 1
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l’immissione di formazioni partigiane nelle Unità regolari dell’esercito:
significato e implicazioni politiche e operative
Va osservato in merito all’impiego delle bande partigiane, che sin dall’inizio
emersero contrasti fra i comandi italiani e gli alleati, i quali fecero chiaramente
capire che non avevano alcuna intenzione di armare un “esercito segreto in italia”:
a loro interessava utilizzare i partigiani in piccoli gruppi, per azioni di commandos,
sabotaggio, raccolta di informazioni, ecc. . da parte italiana, invece, scriveva messe,
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si puntava a “dare al movimento di resistenza un carattere unitario, organico, su
basi militari, amalgamando le varie tendenze e convogliando le varie iniziative verso
un unico scopo: la guerra contro i nazifascisti” . si trattava di una dif erenza
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sostanziale sia sotto il prof lo politico, sia sotto quello militare. gli alleati accetta-
rono il punto di vista italiano poco alla volta, man mano che il movimento partigia-
no cresceva in quantità e qualità, e il contrasto si attenuò progressivamente, ma non
scomparve mai del tutto, e si ripropose in maniera drammatica all’inizio del 1945.
era la dimostrazione della diversa valutazione che gli alleati e i comandi militari di
Brindisi avevano del contributo operativo delle forze armate italiane, che riguarda-
va, inevitabilmente, anche il ruolo del movimento partigiano.
intanto nel “regno del sud”, prendeva vita il movimento dei volontari, sotto
varie forme. alle prime iniziative, prevalentemente antimonarchiche, se ne af an-
carono altre di segno opposto, ma tutte f nalizzate alla creazione di formazioni da
impiegare per incrementare il contributo italiano alla lotta degli alleati contro il
comune nemico nazifascista. per disciplinarne l’organizzazione, il comando supre-
mo sin da ottobre emanava disposizioni per l’arruolamento, che dettero però scarsi
risultati. alla f ne dell’ ottobre 1944, a distanza di un anno, infatti i volontari
immessi nell’esercito in forza del bando n. 8, del 28 ottobre 1943, erano appena
752. una cifra molto lontana dai cinquemila che lo stato maggiore dell’esercito
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aveva previsto a suo tempo . il bando prevedeva la formazione di reparti autono-
mi, formati tutti di volontari e guidati da “uf ciali, sottuf ciali e graduati tratti pure
dai volontari [...] o da quelli già alle armi che ne facciano domanda”, (art. 4). di
conseguenza, nessun altro “individuo, ente o associazione” era autorizzato alla for-
mazione di bande di volontari al di fuori dell’esercito e le bande costituite o in corso
di costituzione, andavano immediatamente sciolte. Queste disposizioni tassative
date da Badoglio in materia furono certamente tra le cause dell’insuccesso dell’ini-
9 l’azione dello stato maggiore generale per lo sviluppo del movimento di liberazione, cit., p. 20.
10 l’azione dello stato maggiore generale per lo sviluppo del movimento di liberazione cit., p. 15. sul
piano operativo ne derivava secondo messe la necessità di fornire loro “armi automatiche a lunga git-
tata nonché mortai con abbondante munizionamento”, in luogo di esplosivi e armi a breve gittata;
un tema estremamente delicato che si riproporrà f no alla f ne del conf itto. ivi, p. 27
11 cfr. g. conti, i volontari nelle forze armate del regno d’italia. campagna settembre 1943-maggio
1945, in i volontari nelle forze armate del regno d’italia (campagna settembre 1943-maggio
1945), roma, uf ci storici esercito-marina-aeronautica, 1998, pp. 29-41.
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