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arteMisia 3.0. la condizione della donna nei secoli




             di matrimonio ad essere più frequentemente discussa dinnanzi all’autorità giudi-
             ziaria: se lo stupro violento presentava elementi tali da renderlo, a detta dei giuri-
             sti, un crimine quasi inverosimile, le querele per stupro sine vi erano invece all’or-
             dine del giorno.
                  il riferimento ad una promessa di matrimonio, così come la presunzione di
             verginità della querelante, tuttavia non era di per sé in grado di garantirne l’onestà
             e la meritevolezza di protezione, essendo necessario per la vittima ricostruire giu-
             dizialmente un’immagine di sé che rispecchiasse il modello di donna meritevole
             di protezione in quanto onesta.
                  ecco dunque che nel racconto dello stupro e delle vicende ad esso connesse
             fatto dalle querelanti, costante risulta il riferimento ad aspetti quali la storia dei
             primi approcci, gli amoreggiamenti, le promesse più o meno formali di matrimo-
             nio, Qno alla descrizione della crisi e della rottura del rapporto, causate per lo più
             da una gravidanza oppure da disaccordi sull’entità della dote o la data delle nozze.
             subito dopo aver prestato giuramento, la “dolente”, così veniva chiamata la que-
             relante, era tenuta a dichiarare i motivi della sua querela e a raccontare di/usa-
             mente l’accaduto: Qn dalla prima audizione ed ancor prima della perizia delle oste-
             triche, la donna doveva rassicurare gli inquirenti sulla sua bona fama, raccontan-
             do lo stupro sempre come un evento traumatico e violento, tollerato solo in vista
             del  promesso matrimonio,  come  risulta  dalla  prima  deposizione  di artemisia.
             Questa strategia narrativa che le querelanti adottano adeguandosi al modello ela-
             borato dai giuristi, non riguarda solo dei momenti topici, quali il corteggiamento
             e la de orazione, ma anche l’uso di un linguaggio appropriato: l’indizio più rile-
             vante della mancanza del corpo del reato - sono parole di un avvocato dell’epoca -
             sta nelle parole stesse della querelante: la maniera in cui si esprime non è propria
             di una vergine, e vergine onesta, ma di una donna, che sappia cosa siino amori.
                  se l’uso di un linguaggio appropriato poteva già essere indice della moralità
             della presunta vittima, tuttavia ciò non era su)ciente, dovendo essa trovare Qn
             da subito dei testimoni che deponessero a suo favore. nel corso della deposizione
             iniziale il cancelliere, infatti, interrogava espressamente in proposito la querelan-
             te, chiedendole di nominare qualche persona che potesse informare la corte sulla
             sua onestà. era indispensabile per la donna dimostrare di essere realmente bonae
             conditionis et famae, citando per lo più le persone del vicinato o i familiari, a)n-
             ché dicessero “in qual concetto” tenessero la querelante “et in qual concetto ella
             sia  tenuta  presso  il  pubblico”.  l’onestà  si  concretizzava  dunque  nella  buona
             reputazione, nella fama di fanciulla onesta, che mai aveva fatto parlare di sé e da
             sempre fedele ad un solo uomo. così si esprimono anche i testimoni citati da
             artemisia, tuzia e giovanni stiattesi: la prima confermando la deposizione della

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