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STUDI MILITARI




                  Le regole per il buon governo della casa riguardano gli aspetti più propria-
             mente  economici  della  gestione  della  vita  comunitaria,  unitamente  agli  aspetti
             essenzialmente religiosi.
                  Tra i primi, in particolare, si prevede che “nissuno possiederà cosa propria” né
             si “ardirà di haver dinari eccetto il Superiore”. Insieme, però, ai doveri per così dire
             regolari, vi è una prescrizione di grande valore: “Venendo la peste (il che Dio non
             voglia) tutti quelli che vorranno conformarsi a questa vita, debbono promettere di
             servire a detti appestati”.
                  Evidentemente, Camillo nel richiamare l’attenzione su questi doveri ha inteso
             avvertire che per essere un idoneo “ministro degli infermi” non è su ciente osser-
             vare i precetti sopra ricordati, ma occorre impegnarsi a curare gli apestati anche
             mettendo a rischio la propria vita.
                  In tal modo Camillo Assa come regola categorica l’esortazione che il Cardinale
             Carlo Borromeo, nella peste di Milano, rivolge ai religiosi di andare arditamente
             dove giaceva l’appestato e dargli l’olio santo, perché avrebbero conseguito un grande
             guadagno per l’anima se fossero morti esercitando l’o zio pastorale.
                  Le prescrizioni a carattere religioso fanno riferimento ai doveri di praticare la con-
             fessione e comunione domenicale, le preghiere mattutine, l’esame di coscienza serale, il
             reciproco rispetto tra i fratelli, il digiuno parziale nei giorni di mercoledì e venerdì.
                  Per quanto concerne gli ordini e modi in servire i poveri infermi meritano di
             essere segnalati i primi articoli delle “Regole” che esprimono i principi fondamen-
             tali dei ministri degli infermi.
                  Precisamente, per coloro che intendono esercitare quest’opera di “charitas”
             viene richiesto di essere povero, casto, obbediente e ospitale, ma senza vincolo della
             libertà della volontà; viene, poi, a ermata la necessità di una “confessione generale
             di tutt’ il tempo della vita” e cioè di un esame critico dell’attività trascorsa, quale
             garanzia di un impegno più intenso per servire a li infermi; inAne si insiste nel voto
             di “santa povertà” e sulla “gratuità” del servizio conformemente allo spirito e devo-
             zione della Compagnia.
                  All’evidenza sono qui riprodotti i principi che caratterizzano l’odierno volon-
             tariato, così ribadendo l’aspetto di “modernità” dell’opera di Camillo.
                  Nelle “Regole” vengono in seguito esposti gli ordini et modi di assistere gli
             infermi “con diligentia et charità” come, per esempio, risulta palese dal consiglio
             che gli infermi “quando magnano ogn’uno cerca con charità incitarli con parole
             amorevoli”; né manca l’esortazione all’infermiere di agire avendola “diligenza di
             non travagliare” l’infermo.
                  Di  grande  importanza  è,  inAne,  l’obbligo  di  non  costringere  l’infermo  ad
             accostarsi ai sacramenti della confessione e della comunione.

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