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I CARABINIERI DEL 1944 - LE RESISTENZE AL REGIME COLLABORAZIONISTA



                  Naclerio  indossò  l’uniforme  e,  come  da  lui  indicato  nel  1944,  si  recò
             “insieme al canonico Turini e al segretario Oretti al comando tedesco per assi-
             curare la nostra presenza in servizio mentre i carabinieri si recarono in caser-
             ma” a recuperare le loro uniformi. A Villa Martini, quartier generale dei tede-
             schi, gli unici italiani presenti all’incontro furono Naclerio, Oretti, Turini e l’in-
             terprete, Isabella Marchi. La dichiarazione resa al CLNF da quest’ultima è par-
             ticolarmente importante, in quanto la Marchi era l’unica a capire sia il tedesco
             sia l’italiano: “L’appuntato spiegò che i carabinieri, non venendo più pagati dal
             mese di giugno, si ritenevano liberi da impegni; per questo non si erano più pre-
             sentati al servizio. Il tenente [Hiesserich] aggiunse che d’ora innanzi i carabinieri
             sarebbero stati alle sue dipendenze […] l’atteggiamento del segretario come di
             tutti all’uscita da quel colloquio fu come se fosse chiarita favorevolmente la
             situazione dei carabinieri […] con un senso generale di sollievo”.
                  Dettagli recentemente emersi mettono ulteriormente in luce il coraggio
             straordinario di La Rocca, Marandola e Sbarretti. Leonardo Sciommeri ricorda
             che  la  nonna,  Linda  Pratesi,  raccontava  di  aver  raccomandato  ai  tre  giovani
             carabinieri di non presentarsi ai tedeschi. L’unica occasione in cui la conversa-
             zione avrebbe potuto svolgersi sarebbe stata il lasso di tempo in cui i tre, lascia-
             ta la Misericordia, si diressero verso la caserma. Non riuscendo subito ad acce-
             dere all’edificio, poiché non avevano più le chiavi, potrebbero aver incontrato
             la Pratesi per strada o addirittura essersi brevemente rifugiati in casa sua. In
             ogni caso, sapendo che Sciommeri si nascondeva lì accanto, avrebbero potuto
             raggiungerlo. Tuttavia, sapendo che il rischio di fucilazione incombeva sui dieci
             ostaggi civili e su Naclerio, coraggiosamente i tre decisero di non ascoltarla.
                  La deposizione resa dal ragionier Nieri al CLNF ragguaglia su cosa accad-
             de dopo: “I tedeschi stessi dapprima fecero ricerca dei carabinieri alla caserma
             […]. Mentre tutti erano al primo piano si presentarono i tre carabinieri in bor-
             ghese per prendere le divise, forse ignorando la presenza dei tedeschi. Questi
             domandarono dove fossero le armi, e quelli ne indicarono il nascondiglio (uno
             stanzino nel giardino). Qui furono costretti a caricarsi le armi, e sotto scorta
             armata a portarle alla villa Martini”. Nel 1944 Naclerio ricordò come, appreso
             ciò, si fosse precipitato “al Comune per rapportare al segretario Oretti l’acca-
             duto ed insieme al medesimo mi portai al comando tedesco suddetto. Qui giun-
             ti il Comandante tedesco mi chiese perché si trovava un numero di armi in più
             dell’effettivo personale (n. 2 moschetti) ed io mi giustificai dicendo che erano
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             armi assegnate a militari in licenza di convalescenza .
             21   Forse Naclerio si riferiva a Ciofini e Pandolfo. Tuttavia, né Ciofini né Amico fecero riferi-
                  mento a una licenza per malattia. Nel rapporto informativo di Sorani per ciascuno dei Tre

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