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I CARABINIERI DEL 1944 - LE RESISTENZE AL REGIME COLLABORAZIONISTA
8. Conclusioni
Dopo l’indagine del 1944 sugli eventi di Fiesole, il maggiore Giulio
Mannucci Benincasa il 21 febbraio del 1945 propose per i carabinieri La Rocca,
Marandola e Sbarretti la medaglia d’oro al Valore Militare, poi effettivamente
concessa, e per l’appuntato Naclerio la medaglia d’argento al Valore Militare.
Benincasa riconobbe giustamente che il pericolo miracolosamente scampato da
Naclerio non metteva minimamente in ombra i Tre Martiri. Nessuno contattò
mai Naclerio, a cui non è stata concessa la medaglia. Forse le autorità preferiro-
no mettere più in rilevo i tre Martiri. Ciò spiegherebbe anche perché, per ono-
rare con l’argento la valorosa azione di Pandolfo, si dovette aspettare fino al
1961. Per il carabiniere Ciofini alla fine della guerra venne proposta una meda-
glia di bronzo, ma non venne concessa . Il quadro di quel periodo, oggi più
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completo, ci consente di dare riconoscimento ai molti grandi e piccoli atti di
coraggio dei carabinieri attivi a Fiesole, evidenziando le virtù e la dedizione di
quei giovani uomini che rischiarono la vita per la libertà e per la popolazione
fino ad arrivare, come i quattro carabinieri insigniti delle medaglie, al sacrificio
della propria vita. Per questo dobbiamo loro eterno rispetto e ammirazione.
Quando questo articolo era in corso di stampa, Aldo Cacciamani, un esperto di storia
locale di Nocera Umbra, mi ha gentilemente mandato un documento inedito dalla filza dedi-
cata a Fulvio Sbarretti nell’Archivio Storico Comunale. Si tratta di una lettera scritta a
macchina da Angelo Sbarretti il 15 marzo 1946 e indirizzata al Comando del Corpo
Volontari della Libertà, Divisione Giustizia e Libertà, in risposta a una richiesta di dettagli
sulla vita di suo figlio Fulvio. L’ultima parte ci informa che, dopo l’armistizio, il carabiniere
come molti altri si era rifiutato di collaborare con la GNR. “Dopo un breve periodo trascorso
quale carabiniere a Milano, venne il triste 8 settembre 1944. Riparò a casa e qui rimase fino
a quando fu costretto a presentarsi al sedicente governo repubblichino, in quanto la minaccia
dell’arresto dei suoi fatta dall’allora maresciallo dei Carabinieri di Nocera Umbra, Tomarchio
Orazio non fu più una minaccia ma stava per tradursi in realtà. Lasciò Nocera ed i suoi cari
e raggiunse Fiesole, dove immolava la sua giovane vita per la liberazione della Patria”.
28 G. Salierno, op. cit., p. 34.
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