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I CARABINIERI NELLA LIBERAZIONE DI FIESOLE. (ESTATE 1944)
La mia giustificazione non fu accolta e fui associato ai tre carabinieri in una
stanza del comando. Dopo circa 20 minuti ci ordinarono di uscire e portarci
all’albergo Aurora sempre scortati da militari armati”. Riferì Oretti che, dopo la
cattura dei tre carabinieri, lui fu richiamato dal comandante tedesco, il quale “gli
fece veder le armi trovate, fucili [e] bombe a mano, dicendo che quelle armi
erano state preparate contro di loro” .
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7. La tortura e il martirio
Il racconto del tragico epilogo appare nel resoconto del 1944 di Naclerio,
che del dramma sarebbe stato l’unico testimone oculare: “Giunti all’albergo
Aurora, attraversando un corridoio dove permanevano gli ostaggi, fummo rin-
chiusi in un sotterraneo dove permanemmo per circa un’ora e poscia furono
chiamati i soli carabinieri lasciando me ancora rinchiuso. Dopo pochi minuti
sentii una scarica di fucile mitragliatore; poi un grido che fu quello di ‘Viva
l’Italia’ ed un lamento; poi ancora una seconda e terza scarica ed infine alcuni
colpi di pistola”. Presa la coraggiosa decisione di presentarsi, i quattro eroi sal-
varono le vite dei dieci ostaggi.
Naclerio, sicuramente traumatizzato a vita dagli eventi, non fece mai rife-
rimento a eventuali torture fisiche subite dai suoi tre sottoposti. Tuttavia essi
furono seviziati, probabilmente all’Hotel Aurora. Poco prima di morire, l’ex-
comandante Amico rivelò al figlio Giorgio “che al momento della riesumazione
dei cadaveri [all’inizio di settembre 1944] i corpi dei tre caduti mostravano segni
evidenti di fratture e di torture” .
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Sempre in piazza Mino, a poche decine di metri di distanza, sorge il
Seminario vescovile. Da lì, dove era ricoverata per le ferite riportate tre giorni
prima, Anna Rosselli, il 12 agosto sentì delle grida provenire dall’albergo. Le
dissero che si trattava dei tre carabinieri, ai quali i tedeschi avevano prima strap-
pato le unghie delle mani e poi sotterrato tutto il corpo eccetto la testa, mentre
erano ancora vivi.
Martiri (di cui sopra, nota 8), si legge: “Accusato di far parte delle squadre partigiane, soltanto
perché nella caserma dei carabinieri erano stati trovati due moschetti in più dell’effettivo per-
sonale presenti in Fiesole, fu fucilato dai tedeschi”.
22 Forse le bombe a mano erano proprio quelle rubate dai partigiani. Per questa ipotesi cfr. J.
Nelson 2019, op. cit., dove è riportata anche la dichiarazione al CLNF a proposito del fatto
che l’interprete Marchi “aveva una certa confidenza con un soldato tedesco e a quello
domandò [il 13 agosto] che cos’era successo e questi disse che disgraziatamente si erano tro-
vate le armi”.
23 E-mail di Giorgio Amico all’autore, 26 giugno 2018. Sebbene in famiglia dopo la guerra l’ex-
comandante assai raramente facesse riferimento degli eventi di Fiesole, i familiari trovarono tra
le sue carte una busta con alcune foto, che Amico aveva identificato scrivendone a penna i nomi
sul verso: erano i quattro eroi caduti per la libertà: La Rocca, Marandola, Pandolfo e Sbarretti.
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