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I CARABINIERI DEL 1944 - LE RESISTENZE AL REGIME COLLABORAZIONISTA



                  Una dichiarazione rilasciata il 14 aprile 1945 da Ciofini, allora in servizio
             “alla stazione CC.RR. di Firenze-principale”, costituisce l’unica testimonianza
             oculare nota del tragico evento: “Il giorno 29 luglio 1944, di primo mattino, ci
             mettemmo in viaggio, in abiti civili, sulla via di S. Clemente (Fiesole). Il pro-
             clama del Gen. Alexander lo custodivo io nel calzino della gamba sinistra poi-
             ché il partigiano Bomba avendo i sandali era sprovvisto di calzini e riteneva
             pericoloso tenerlo in tasca. Giunti in prossimità della chiesa di S. Clemente, ci
             fermammo poiché in quella località era stabilito l’incontro con altra staffetta,
             della brigata Rosselli, incaricata di ritirare l’ordine. Mentre io e il carabiniere
             Sbarretti ci addentravamo in un boschetto prossimo alla strada il carabiniere
             Pandolfi e la staffetta Bomba rimanevano sulla strada in attesa dell’incontro.
             Pochi istanti dopo sopraggiunse un’autovettura tedesca con a bordo quattro
             militari. L’autovettura sorpassò me e Sbarretti sparendo dalla nostra vista poi-
             ché la strada in quel punto rimane in curva. Subito dopo udii due colpi di
             pistola. Dopo qualche minuto, la macchina ripassò, ritornando per la via del
             Mugello. Non potei distinguere, dato che mi ero addentrato nel folto del bosco
             chi vi fosse a bordo”. A differenza dei resoconti scritti vari decenni dopo, né
             Ciofini né Amico raccontarono di una risposta al fuoco tedesco da parte dei
             carabinieri. “Durante la via del ritorno”, concluse Ciofini, “ci incontrammo
             con un giovane, che dopo breve conversazione compresi essere la staffetta
             inviata dal Mugello a ritirare il documento che io avevo ancora conservato nel
             calzino. Glielo consegnai e unitamente al carabiniere Sbarretti feci ritorno a
             Fiesole”.
                  I due riferirono dell’accaduto ad Amico, il quale nella sua dichiarazione
             aggiunse: “appresi solo della fucilazione del carabiniere Pandolfi e della staffetta
             il giorno dopo a sera”.
                  Amico  dovette  poi  apprendere  anche  che  i  tedeschi  avevano  condotto
             Pandolfi e Lunari in una vicina fattoria in località Torre al Sasso, dove i due
             “furono rinchiusi in una stalla e bastonati a sangue”, come testimoniato dal-
             l’agricoltore Luigi Ciani il 21 febbraio 1945. I tedeschi volevano ottenere infor-
             mazioni sulle attività dei partigiani, ma i due giovani eroi tacquero. Se avessero
             parlato, i tedeschi sicuramente avrebbero arrestato i membri della banda parti-
             giana “Fiesole”, capeggiata da Luigi Fossi, e avrebbero fatto irruzione sia nella
             caserma dei carabinieri sia in “un’abitazione civile sita alla periferia di Fiesole”
             dove Pandolfo “unitamente ad altri carabinieri si nascondeva”. Secondo Amico,
             infatti, Pandolfo già a metà luglio era stato “da me autorizzato ad allontanarsi
             dalla caserma”, presumibilmente per agevolarne la collaborazione con i parti-
             giani.

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