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NUMERO SPECIALE I CARABINIERI DEL 1943




                  Che cosa si vede nel dipinto?
                  Sullo  sfondo  il  luogo:  la  Torre  di  Palidoro,  il  mare,  la  sabbia  e  le  pale
             abbandonate dagli ostaggi che fino a quel momento erano stati incoraggiati a
             scavarsi la fossa per poi esservi gettati e sepolti, dopo la fucilazione. In primo
             piano il vicebrigadiere Salvo D’Acquisto che col petto scoperto, appena crivel-
             lato di colpi, offerto come scudo, rimane saldo, immobile, interrompe gli ordini
             disumani del commando nazista. Col suo piede spezza la pala. Indossa la divisa,
             è il simbolo della sua appartenenza all’Arma, il cui operato, dopo l’8 settembre,
             diventa per i tedeschi molto controverso. È l’appartenenza a quella Istituzione
             che  permette  l’impari  scambio.  Uno  dei  simboli  del  Paese,  l’Arma  dei
             Carabinieri appunto che si contrappone agli inumani provvedimenti dei nazisti:
             per ogni tedesco ucciso, il sacrificio di dieci italiani. E il carabiniere che si offre
             in cambio di ventidue ostaggi si trasforma in un simbolo.
                  Ma Tafuri, come decide di raccontare il fatto e aggirare il problema del
             “limite della rappresentazione”? Attraverso il simbolo. Descrivendo l’invincibili-
             tà, la superiorità morale, la eccezionalità delle virtù di quel carabiniere che lo con-
             sacreranno l’emblema di quella lotta. Tafuri ritrae Salvo D’Acquisto come un
             martire. Il petto insanguinato, gli occhi rivolti al cielo, una Risurrezione (per citare
             il titolo originale dell’opera) che si traduce, di fatto, in Trasfigurazione; un atto
             trascendente, che conduce ad un’altra dimensione, un gesto che assurge ad un
             livello superiore che andrà oltre la storia, oltre il tempo. Il corpo vibrante, pul-
             sante nonostante i colpi che lo hanno attraversato, è vigoroso, energico, più che
             mai vitale. È una figura che vince le tenebre di una tomba scavata da chi vi era
             destinato ma che è stato salvato dal coraggioso inatteso gesto di un carabiniere.
             È un corpo che irradia luce, al punto che è difficile distinguere le tristi figure
             sullo sfondo e individuare nettamente i particolari dell’impianto scenico. Rocce,
             terra, vanghe, tutto è confuso. Solo lui, il carabiniere in primo piano è chiaro, lim-
             pido luminoso. La figura si proietta verso l’esterno, quasi a cercare egli stesso il
             confronto, a dire al nemico: «sono qui, colpisci il mio petto, non ho paura!»
                  È questo atto, connesso alla trascendenza dell’animo dell’eroe che nella
             tela di Tafuri diventa elemento principale, che permette a quel gesto di giungere
             fino a noi, fino gli onori militari, facendo conseguire al giovane carabiniere una
             Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria ed essere onorato con le glorie
             degli altari, divenendo “Servo di Dio”, accedendo ad un processo di canoniz-
             zazione che ancora oggi è al vaglio delle autorità ecclesiastiche. Un gesto che
             continua a suscitare stupore, ammirazione e a stimolare le interpretazioni di
             artisti sempre più numerosi .
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             (29)  Oltre alle citate opere più il Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri ne conserva ulteriori

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