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NUMERO SPECIALE I CARABINIERI DEL 1943




             9.  Ma quale fu il trattamento riservato agli IMI?
                  Per chi avesse pensato per i militari un trattamento al riparo delle conven-
             zioni internazionali e con l’unica limitazione della costrizione in un determinato
             luogo, non ha che da sfogliare le carte che ho sfogliato io all’archivio dell’ufficio
             storico  e  al  Museo  storico  dell’  Arma  riguardanti  in  particolare  internati
             Carabinieri .
                       (15)
                  Da queste carte fino ad oggi inedite, emerge una specie d’inferno dante-
             sco, in cui i prigionieri sono i dannati, messi ai lavori forzati e sempre sotto la
             sferza o le nerbate di sorveglianti o meglio di aguzzini, che possono essere
             militari o civili. I lavori sono pesanti, estenuanti, nelle industrie belliche, negli
             altiforni,  nelle  miniere,  a  rimuovere  macerie,  a  pulire  pozzi  neri,  oppure
             all’aperto per opere da manovale, in tutte le stagioni, senza mai fermarsi, anche
             se si ha la febbre, se le gambe vacillano, se si sta crollando per la stanchezza,
             o per la fame.
                  Questa è l’ordinaria amministrazione, poi ci sono gli episodi di crudeltà e
             di sadismo in quanto vi vediamo in atto l’uso sistematico della violenza fisica
             contro i prigionieri. Questa era una prassi normale nei confronti dei soldati,
             mentre per gli ufficiali le percosse erano più rare, salvo che nei campi di puni-
             zione. I fatti persecutori si accentuano per la resistenza dei prigionieri italiani,
             nei primi mesi, a passare dalla parte della RSI e poi, dopo l’accordo Hitler-
             Mussolini del 20 luglio 1944, ad accettare la riduzione a lavoratore civile al ser-
             vizio del Reich. Ai comuni Oflag e Stalag dobbiamo aggiungere i campi di puni-
             zione o rieducazione al lavoro gli Straflager. E questi campi sono molto più ter-
             ribili dei campi di concentramento, e il bersagliere Pompilio Trincheri, un testi-
             mone sopravvissuto, ci dice che se le condanne durano a lungo nessuno ne esce
             vivo. Se la condanna dura quattro settimane, quasi tutti ce la fanno a sopravvi-
             vere, se dura otto ce la fa solo il cinquanta per cento, se dura dodici settimane
             la pena non viene superata da nessuno. E infine per tutti la fame, una fame
             biblica, da terzo mondo, di cui noi non abbiamo assolutamente esperienza non
             quella che viene dallo stomaco - dice un internato Enrico Zampetti nel suo diario -
             ma quella che sorge da tutto il corpo, dalla carne e dallo spirito. La fame che significa lento
             deperire fino all’esaurimento, la fame che può fare impazzire .
                                                               (16)

             (15)  Al Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri ho trovato un fascicolo sotto la dicitura “atrocità
                  subite o presenziate dai militari dell’Arma” contenente dichiarazioni di reduci, deportati nel
                  1943  o  nel  1944  che  avevano  ripreso  servizio  nel  territorio  della  legione  di  Bologna.
                  All’Archivio dell’Ufficio Storico dell’Arma non ho trovato dichiarazioni in originale ma solo
                  un elenco di militari rimpatriati, che avevano ripreso servizio nel territorio della legione di
                  Roma, corredato da alcune notizie sulla cattura e sui luoghi e i modi della detenzione.
             (16)  Enrico Zampetti, Dal Lager Lettera a Marisa, Roma, Edizioni Studium, 1992, pp. 28, 29.

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