Page 205 - Rassegna 2023 Numero Speciale
P. 205
LA DEPORTAZIONE RIMOSSA DEI CARABINIERI ROMANI. 7 OTTOBRE 1943
In un documento, datato 29 aprile 1944, trovato dallo storico ex internato
Vittorio Emanuele Giuntella, nell’archivio della Commissione per i crimini di guerra
presso il ministero della Giustizia a Varsavia - si può rilevare la differenza di trat-
tamento riservata agli internati e quella disposta per i militari, pure italiani, fatti
prigionieri, successivamente nella battaglia di Cassino.
A questi non è negato lo status di prigionieri e il loro trattamento - è detto -
deve essere uguale a quello dei prigionieri di guerra occidentali, tanto che è
disposto che siano separati dagli internati . Insomma solo questi sono offerti
(12)
come oggetto di sfogo della vendetta tedesca. Perché, per la loro mentalità,
considerati non soldati ma banditi, ribelli, che avevano osato contrapporsi a
loro, avevano osato sfidarli. Essi perciò venivano ricoperti di insulti “traditori,
porci, carogne, bastardi”, questi gli epiteti abituali, e su di loro si riversò un raz-
zismo - dice lo storico tedesco Schreiber - non dissimile da quello riservato agli
ebrei. Ma per i Carabinieri romani alle sofferenze comuni della prigionia si
aggiungeva l’insopportabile ricordo dell’inganno patito. Quindi ancora più
meritoria mi è sembrata, ricostruendo i fatti, la loro Resistenza, la loro decisione
di non collaborare in nessun modo, anche se sarebbe bastata una firma per
cambiare la propria condizione.
I Carabinieri che optarono furono una esigua minoranza, d’altra parte
anche per tutti gli IMI si parla di un dieci per cento, una percentuale irrisoria su
una massa di 650-700 mila uomini ed è risaputo che molti che avevano aderito,
una volta in Italia, trovavano modo di fuggire e spesso di unirsi ai partigiani. Per
i Carabinieri la fedeltà al giuramento che avevano prestato al re, era l’argomento
principe per rifiutare di passare alla RSI di Mussolini, per il quale passaggio, tra
l’altro, era richiesto di sottoscrivere una precisa formula di giuramento .
(13)
È importante capire questo: nella caduta di tutti i valori, nella vergogna del
tradimento subito, essi si aggrappano a quel giuramento che hanno pronuncia-
to, perché rappresenta l’unica possibilità loro rimasta per sentirsi liberi interior-
mente, per mantenere il loro onore di soldati, in definitiva per sentirsi italiani.
Claudio Pavone, nel suo libro Una guerra civile riporta questo esempio di un uffi-
ciale italiano, fucilato dai tedeschi in Grecia, che lasciò scritto: Sono sempre stato
fedele ai giuramenti fatti e per il giuramento al re do la mia vita .
(14)
(12) Il documento è conservato in originale nell’archivio della Commissione per i crimini di guerra in
Polonia presso il Ministero della Giustizia in Varsavia. Dok. n. 38 Z/OR. Inv.nr. 58.
(13) Ricordiamo la formula: Io aderisco all’idea repubblicana dell’Italia fascista e mi dichiaro pronto volon-
tariamente ad entrare nell’esercito italiano del Duce, di nuova costituzione, per combattere senza riserve,
anche sotto comando tedesco, contro il comune nemico dell’Italia fascista e repubblicana del Duce e del grande
Reich.
(14) Claudio Pavone, Una guerra civile, Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Boringhieri,
1991, pp. 49-50.
201

