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LEADERSHIP E DISIMPEGNO MORALE




               dall’individuo stesso, il quale, se possiede standard morali ben sviluppati, è in grado
               di variare il proprio comportamento a seconda del contesto. I meccanismi psico-
               logici del disimpegno morale, quindi, permettono all’individuo di autoassolversi,
               anziché giudicarsi negativamente, a seguito di un esito avverso causato da una sua
               condotta; un uso costante di questi meccanismi, inoltre, a causa del loro potere
               persuasivo, può indurre le persone a sviluppare un’alta tolleranza verso le condotte
               immorali proprie e altrui si diventa cioè eccessivamente indulgenti con sé stessi e
               con gli altri. Bandura  individua otto meccanismi di disimpegno morale:
                                   (9)
                    a. le  giustificazioni  morali,  che  nobilitano  il  comportamento  immorale  in
               virtù di finalità giuste e scopi onorevoli: la condotta riprovevole viene trasfor-
               mata in socialmente e personalmente accettabile ritraendola al servizio di scopi
               altamente morali (ad esempio la guerra santa);
                    b. il  confronto  vantaggioso,  che  consiste  nel  paragonare  la  propria  azione
               immorale  con  un  altro  comportamento  ritenuto  generalmente  più  grave  sul
               piano etico, allo scopo di ottenere l’autoassoluzione (ad esempio: “l’ho stuprata,
               non l’ho uccisa”);
                    c. l’etichettamento eufemistico, che, tramite un arguto uso del linguaggio, per-
               mette di rendere accettabile una condotta riprovevole e di ridurre la responsa-
               bilità personale di quella stessa azione (esempio: “pulizia etnica”);
                    d. lo spostamento della responsabilità, che consiste nell’attribuire il ruolo agen-
               tico di un’azione dannosa ad altre persone, minimizzando, quindi, il proprio
               contributo  al  risultato  negativo  di  quel  comportamento  (ad  esempio:  “mi  è
               stato ordinato di farlo”);
                    e. la diffusione di responsabilità, che viene utilizzata in dinamiche di gruppo e
               permette all’individuo di attribuire la responsabilità di un’azione dannosa agli altri
               membri del gruppo, in modo da non soffermarsi sul proprio contributo agli esiti
               della stessa (come nel mobbing, dove tutti sono responsabili e nessuno lo è);
                    f. la minimizzazione, per la quale il soggetto distorce, ignora o sminuisce gli
               esiti dannosi del proprio comportamento (come nel cyberbullismo: “era solo
               uno scherzo”);
                    g. la deumanizzazione, per la quale il soggetto, oltre ad esercitare un forte
               distacco nei confronti della vittima, le attribuisce delle caratteristiche demoniache,
               che facilitano l’attuazione di condotte immorali nei loro riguardi;
                    h. l’attribuzione di colpa, che consiste, appunto, nel colpevolizzare la vittima,
               la quale viene, quindi, ritenuta responsabile di aver attirato su di sé il compor-
               tamento dannoso (ad esempio: “mi ha provocato”) .
                                                                 (10)
               (9)  BANDURA, 1986, cit.
               (10)  BANDURA, BARBARANELLI, CAPRARA, PASTORELLI, 1996; BANDURA, 2002; BANDURA, 2016.

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