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L’INFLUENZA MEDIATICA NEI PROCEDIMENTI PENALI
Alessandro Galante Garrone, oltre mezzo secolo fa, metteva in guardia il
magistrato dal pericolo di «arrogarsi poteri che non gli spettano, assumendo le funzioni
di tutore della morale pubblica o privata», perché compito del giudice «non è assecon-
dare gli impetuosi moti di indignazione e di disgusto dell’opinione pubblica» di fronte al
dilagare del malcostume, ma piuttosto quello di «sceverare l’illecito penale dal
magma indistinto della disonestà». C’è l’innegabile rischio che il magistrato, spesso
per troppo orgoglio, cada nella convinzione di non poter essere condizionato
da niente e nessuno, quando, in realtà, ce lo insegnano le neuroscienze , tale
(9)
convinzione è proprio il primo passo verso il condizionamento esterno. In
questo scenario, l’orgoglio è un sentimento pericoloso che confina con quella
superbia che Piero Calamandrei descriveva come «una specie di albagia profes-
sionale» che porta a credere che solo la magistratura sarebbe degna di esser considerata
come un apostolato.
Pertanto, stampa e televisione possono trasformarsi nel nemico più insi-
dioso della giustizia, specie quando su un fatto di cronaca concentrano la loro
spasmodica attenzione, finendo per dare l’impressione che si tratti di una mise
en scène teatrale e non già di un caso reale fatto di persone e fatti veri. La cronaca
spesso non informa, ma chiede, in nome del popolo, risultati immediati, scoop
clamorosi e, soprattutto, spinge alla individuazione di un colpevole, a causa di
crescenti logiche di concorrenza mediatica spietata. In brevis, la nevrotica antici-
pazione dei tempi si presenta come una mela avvelenata, in quanto l’enfatizza-
zione della notizia rappresenta una tentazione quasi irresistibile per chi dirige le
indagini.
È il fenomeno della spettacolarizzazione mediatica che ha fatto cadere la
benda della Dea giustizia, offrendo il processo in pasto alla gente, senza alcun
criterio distintivo tra la conoscenza che informa e la notizia che fa audience. Un
vero e proprio spettacolo dell’assurdo che indebolisce il sistema giustizia
minando i pilastri liberali su cui esso naturalmente dovrebbe poggiare. Il pro-
cesso penale esce dunque dalle aule giudiziarie e si colloca su dei binari paralleli
che solo apparentemente incrociano quelli del vero processo. Ciò ha suscitato
una pulsione voyeuristica e ha fatto assopire, al tempo stesso, il desiderio di una
comprensione che vada al di là dell’immediatamente percepibile.
La messa in scena mediatica, alla stregua di una pièce di Eugène Ionesco,
offre l’icona di una giustizia lacunosa e grottesca, col rischio che ogni sentenza
appaia sporcata dal dubbio poiché non coincidente con le aspettative mediatiche.
(9) O. BURKEMAN, The Guardian, Regno Unito, 16 agosto 2016, introduce il concetto di “persua-
sione occulta” con cui si fa riferimento al fatto che molte delle nostre scelte sono inconsa-
pevolmente influenzate dall’ambiente che ci circonda.
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