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L’INFLUENZA MEDIATICA NEI PROCEDIMENTI PENALI
incompleto e frammentario, sfocia in un triste convincimento pubblico, in appa-
renza degno di fede, sul grado di fondatezza di una certa ipotesi accusatoria.
“Talvolta ferisce più la forma che la pena”, lo aveva ben intuito Cesare Beccaria
quando esortava a tener ben diritta la barra della giustizia penale al fine di evi-
tarne la deriva verso un modo di procedere «tumultuario e interessato» che scuote
la fiducia dell’imputato e dei cittadini ai quali va garantita l’immagine di un rito,
per converso, «stabile e regolare» . Tuttavia, risulta difficile tutelare il processo
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penale dalla portata distorsiva della cronaca giudiziaria in quanto stampa, e
ancor più, televisione, considerando di preminente interesse le indagini prelimi-
nari, stravolgono i canoni dell’estetica giudiziaria, elevando a dignità di prova
acquisizioni unilaterali, parziali e lacunose. Si costruisce in tal modo l’impalca-
tura della colpevolezza che poggia su una superficie inquisitoria ben lontana dal
messaggio garantista contenuto nel codice del 1989.
La predilezione di tali ipotesi accusatorie è tipicamente popolare in quanto
sono, almeno in apparenza, più comprensibili e, per certi versi, hanno un fasci-
no alla portata di tutti, esperti e profani della materia. La massa, infatti, priva di
adeguata preparazione giuridica e soprattutto senza atti alla mano, gradisce le
fasi primordiali del procedimento penale in quanto risulta evidentemente più
facile cimentarsi in esse grazie alla loro capacità di adattarsi ad un fittizio e fuor-
viante scenario tipico, soltanto, del genere “crime fiction”. Si lascia conquistare da
quelle ricostruzioni che più soddisfano le sue aspettative, avanzando una clamo-
rosa domanda di pena che rischia di tradursi in una spaventosa banalizzazione
del concetto stesso di giustizia.
2. La spettacolarizzazione dei processi penali: tra conoscenza profana e
populismo giudiziario
L’anello più spesso della catena procedimentale è, senza dubbio, il proces-
so, sede dell’accertamento del fatto reato, preordinato al libero convincimento
del giudice. Tuttavia, se da un lato si colloca la cosiddetta “gnoseologia giudi-
ziaria , e cioè l’insieme dei passaggi che compongono l’esperimento conosciti-
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vo mediante il quale il giudice perviene alla ricostruzione del fatto, dall’altro
prende vita la conoscenza extraprocessuale, figlia della percezione che la massa
ha della vicenda. Si tratta evidentemente di una “conoscenza profana” tipica del
quivis de populo che, privo di metodologia tecnico-giuridica, non è in grado di
cogliere appieno le operazioni logiche che sono alla base del processo “togato”.
(4) E. AMODIO, Estetica della Giustizia Penale, Giuffrè Editore, 2016.
(5) C. CONTI, Processo Mediatico e processo Penale, Giuffrè Editore, 2016.
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