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Malgrado queste critiche - e insistendo nel richiamo alla necessità che le autorità
migliorino il loro sistema di raccolta dei dati - sarebbe davvero scorretto sostenere che
non possiamo sapere nulla di questo fenomeno. Affermare, per esempio, che «potrebbe
succedere a ognuna di noi» o che «il fattore di rischio del femminicidio è il fatto di essere
donna» semplicemente non corrisponde al vero e finisce per confondere le idee e
rendere più complicata la focalizzazione dei punti rispetto ai quali bisogna intervenire298.
Si registrano femminicidi in tutti i quartieri di Santiago, ma nei settori orientali
della città, dove i residenti hanno redditi più alti, il numero è sempre più basso. C’è
allora, all’interno del Cile, un elemento di connessione tra povertà e femminicidio.
Risulta evidente, allora, che per risolvere il problema locale e globale della violenza
nei confronti delle donne bisogna utilizzare un insieme di politiche pubbliche che ogni
Stato non solo deve predisporre con decisi interventi legislativi, ma deve anche
trasformare in buone pratiche, impegnandosi inoltre a ricalibrarle periodicamente
seguendo le indicazioni che emergano dai risultati delle azioni realizzate.
Tra queste politiche c’è anche la politica criminale? È legittimo, cioè, ricorrere al
diritto penale per combattere il femminicidio?
Se guardiamo al bene giuridico protetto, cioè alla vita, non c’è dubbio che superi
qualsiasi test di conformità al principio della extrema ratio, imposto da un’interpretazione
del diritto penale orientata in base ai principi costituzionali299.
Il diritto penale gioca qui un ruolo da protagonista che non si può negare e che non
298 Dando per certe le affermazioni tra virgolette si arriverebbe all’assurdo di considerare ugualmente
necessarie campagne di sensibilizzazione dirette a docenti universitari e a forti consumatori di bevande
alcoliche (rispetto ai quali i dati dell’Indagine Nazionale sulla vittimizazione nella violenza intrafamiliare
e i delitti sessuali realizzata congiuntamente da Desuc e Ministero dell’Interno nel 2008 individuano
specifici fattori di rischio; si veda: M. A. JIMÉNEZ ALLENDES e P. MEDINA GONZÁLEZ, Violencia, cit.,
170). Inoltre non si può non considerare come, rispetto a questo tema, a volte alcune Autrici
confondono il piano scientifico con l’importante lavoro di sensibilizzazione della società che molte tra
di loro realizzano parallelamente al loro impegno professionale. Questo si traduce in affermazioni e
prese di posizione che fanno perdere valore alle loro ricerche, per il resto molto serie de approfondite.
Con questo non voglio dire che si debbano mettere da parte le proprie convinzioni personali, ma
l’esatto contrario, però esplicitando il punto di vista che si utilizza come punto di partenza e offrendo
adeguante argomentazioni. Un brillante esempio di impegno personale, posizione radicale e
argomentare scientificamente corretto e sostanzialmente libero da pregiudizi è offerto dagli scritti di P.
TOLEDO VÁSQUEZ, ¿Tipificar el femicidio?, cit., 213 e P. TOLEDO VÁSQUEZ, Leyes sobre femicidio y violencia
contra las mujeres. Análisis comparado y problemáticas pendientes, in AA.VV. (Red chilena contra violencia
doméstica y sexual), TIPIFICACIÓN DEL FEMICIDIO EN CHILE: UN DEBATE ABIERTO, Santiago de
Chile, 2009, 41.
299 J. MERA FIGUEROA, Femicidio, cit., 54. Segnalo come da poco è stata finalmente pubblicata la
traduzione in spagnolo del testo di Franco BRICOLA che stimolò la dottrina dell’interpretazione
costituzionalmente orientata delle fattispecie penali, che tanto dibattito sta generando in questi ultimi
anni in America Latina: F. BRICOLA, Teoría general del delito, Montevideo - Buenos Aires, 2012.
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