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I vini italiani sono i più venduti al mondo, ma i relativi marchi detengono una forza tale

            da  essere  esposte  ad  un  forte  rischio  di  truffe  e  falsificazioni,  sicuramente  innalzato  dalla
            diffusione del commercio online .
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                   Un esempio clamoroso di fenomeno contraffattivo in materia di vino è costituito dai

            cosiddetti Wine kit. I wine kit sono strumenti utilizzati per preparare vino in polvere; Barolo,

            Brunello e  Amarone  sono solo alcuni dei  brand oggetto  di questa  pratica. I kit in vendita
            contengono  la busta con il vino liofilizzato,  il tappo e le finte etichette, e hanno un

            procedimento di produzione estremamente semplice; si aggiunge acqua alla polvere di vino, si

            imbottiglia, e si applica il tappo. I costi sono tutt’altro che proibitivi; per sessanta bottiglie di

            Barolo, infatti, il prezzo è intorno agli ottanta dollari più spese di spedizione, a fronte di circa
            venti  euro  per una bottiglia di Barolo autentico. In alcuni  Paesi i  wine kit  sono legali, basti

            pensare all’Irlanda,  dove è stato aperto un  negozio,  Making your own wine, in cui si vendono

            strumenti per produrre un litro di vino con una spesa di circa  quattro  euro.  Il tutto non è
            sempre finalizzato al consumo personale, ma anche alla grande produzione, poiché sui

            principali canali di vendita, come Amazon o eBay, sono in vendita anche bidoni da venticinque

            chilogrammi. La diffusione dei wine kit non ha confini, estendendosi, infatti, a tutti i Paesi.

                   Il paradosso, in questo tema, è che l’azienda leader della produzione e distribuzione del

            vino liofilizzato contraffatto ha sede proprio nel nostro Paese. Nel 2014, infatti, i Carabinieri
            del Nucleo  Antifrode, con il contributo del personale dell’Area Antifrode  della Direzione

            Interregionale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e del servizio Antifrode dell’Ufficio

            delle Dogane di Reggio Emilia hanno  disarticolato un’associazione per delinquere
            transnazionale composta da quattro persone. L’azienda reggina  acquistava  succo d’uva

            concentrato dai produttori  -  emiliani e spagnoli  -  e faceva partire il prodotto, unitamente  a

            lieviti, tappi ed etichette, per il Canada tramite cisterne localizzate in due porti sull’Adriatico. I

            complici canadesi, infine, liofilizzavano il prodotto e lo commercializzavano negli Stati Uniti, in
            Cina, in Thailandia e in quei Paesi del Nord Europa dove i wine kit sono legali, come Svezia e

            Danimarca.

                   Nel febbraio 2016, tutti gli imputati sono stati assolti in primo grado perché il fatto non

            sussiste.








            43   Cfr. AA. VV., Agromafie, 3° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, Bologna, 2015.



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