Page 57 - Quaderno 2017-12
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Le domande poste da chi intervista (sia esso un operatore di polizia, un avvocato, o il

               magistrato del pubblico ministero) possono alterare la memoria del testimone: le domande
               suggestive (che tratteremo in seguito) e in generale tutte le informazioni fornite al testimone

               dopo la percezione dell’evento, come abbiamo già visto, vengono inconsciamente

               incorporate nella memoria del fatto diventandone parte integrante e quindi alterandola. Tra i

               metodi che possono  essere utilizzati per assumere informazioni uno dei più validi è
               certamente l’Intervista Cognitiva, che può essere definita come un tipo di intervista che aiuta

               il testimone  (soprattutto quando si  parla di  testimone-vittima) a  recuperare informazioni

               dalla sua memoria tenendo conto dei relativi meccanismi. Gli scopi essenziali di questo tipo

               di intervista, infatti, sono anzitutto quelli di non danneggiare il ricordo dell’evento che ha il
               testimone e di aiutarlo a recuperare il maggior numero di informazioni possibile. Essa fu

               elaborata all’inizio degli anni  Ottanta  da Geiselman  (Università di  California) e Fisher

               (Università della Florida) per supportare la polizia giudiziaria nell’interrogatorio dei
               testimoni, con lo scopo di ottenere da questi, soprattutto se minori, racconti quanto più

               possibili completi, accurati e attendibili.

                     Tale  intervista è stata  predisposta per  essere utilizzata con  testimoni  che  hanno

               intenzione di collaborare, e sono motivati a fornire una testimonianza corretta. Si rivelerebbe

               del tutto inutile, invece, se utilizzata con testimoni che intenzionalmente non vogliono
               fornire le informazioni in proprio possesso.

                     Il nucleo fondante dell’Intervista Cognitiva si colloca, appunto, nella dimensione cognitiva

               dello strumento, che agisce non in senso giuridico-legale bensì sul sostrato molto più umano
               delle capacità di memoria dell’individuo. La tecnica si basa su due presupposti teorici: il

               primo è che la traccia di memoria è costituita da tanti elementi, e più sono gli elementi che

               concorrono al recupero dell’informazione  migliore sarà la  performance  del teste; il secondo

               prevede che vi siano diversi percorsi per accedere a una stessa informazione codificata in
               memoria, quindi se essa non è raggiungibile attraverso un percorso lo sarà attraverso un

               percorso diverso. Secondo Tulving e Thomson, infatti, il fatto che un’informazione non

               viene ricordata non significa che sia perduta irrimediabilmente,  ma soltanto che va

               rintracciata attraverso un percorso diverso. L’intervista cognitiva si basa su quattro strategie
               cognitive che rendono migliore il recupero dell’informazione dalla memoria del teste.

                     La particolarità più caratterizzante di questa intervista è la prima di  queste  strategie,

               cioè  la ricostruzione del contesto ambientale e dello stato psicologico vissuto dal  teste  al

               momento dell’evento: si chiede al testimone di ricreare nella propria mente l’ambiente fisico


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