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CAPITOLO 3 – LE CONSEGUENZE DELLA CONFUSIONE 110
o di persone che comunque gravitano nell’attività relazionale e affaristica con la po-
litica. Nei conti riservati c’è il prezzo di queste relazioni e degli accreditamenti otte-
nuti per fare affari in determinati posti. Insomma, quelli che mettevano al riparo le
loro ricchezze a Panama non cercavano di pagare meno tasse, cosa che invece cer-
cano di fare le aziende, ma di nascondere del tutto attività illecite o compromettenti.
Gran parte della vicenda, quindi, non è tributaria, e in un certo senso è sbagliato
parlare di paradiso fiscale. I soldi di cui parliamo sono in gran parte provvigioni, tan-
genti, commissioni, entrature, che venivano nascoste perché si temevano polemi-
che o ritorsioni politiche, temendo i politici, da un lato, che le loro attività potessero
essere strumentalizzate e, dall’altro, di diventare essi stessi politicamente deboli
perché attaccabili da avversari che, probabilmente, se potessero farebbero la stessa
cosa. Se entriamo difatti più nello specifico, notiamo che, a parte il primo ministro
islandese e il padre del premier britannico David Cameron, tutti i politici coinvolti
provengono da paesi in via di sviluppo, con un elevato tasso di corruzione e di insta-
bilità politica. Parliamo di Georgia, Iraq, Qatar, Arabia Saudita, Cina, Ucraina, Sudan,
Emirati Arabi e Russia. Per fare affari in questi paesi c’è sempre bisogno di qualcuno
che ti accrediti, che faccia da intermediario con i governanti. Si capisce come questo
non sia certamente un riflesso del capitalismo, quanto piuttosto una manifestazione
di potere tradizionale, in cui la politica e la possibilità di portarla avanti chiedono un
determinato prezzo, definito da Raffaello Lupi60 come un ibrido tra le società preca-
pitalistiche e l’economia finanziaria, dove il prezzo riscosso dalla classe politica o dal
governo è spesso pericoloso. Pensiamo alla Cina, dove la corruzione è notoriamente
60 Laureato in economia (1979) e giurisprudenza (1982), si è avvicinato all’organizzazione sociale dal punto di
vista del diritto, come ordinario di diritto tributario dal 1990, oggi presso l’università di Roma – Tor Vergata. Ha
elaborato la teoria della tassazione attraverso le aziende, spiegando l’evasione fiscale, al di là di laceranti mo-
ralismi, come difficoltà della pubblica amministrazione di richiedere le imposte dove le aziende non arrivano o
sono inaffidabili.

