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Infestanti arboree ed alberi infestanti


               una pazientissima opera di scalzamento, ripetuta nel tempo, delle radici
               ma la lotta si presenta ardua e lunga. Un discorso a parte meritano in-
               vece alcune specie arboree che introdotte ed utilizzate in un primo tem-
               po in Italia a scopi ornamentali, si sono ben presto trasformate in vere
               e proprie infestanti. La Robinia Pseudoacacia venne importata dal Nord
               America nei primi anni del ’600 ed ebbe tra le prime utilizzazioni pro-
               prio quella d’albero ornamentale: in seguito la si utilizzò a fini forestali,
               soprattutto come consolidatrice di terreni acclivi e privi di vegetazione,
               o per spallette stradali, ferroviarie, ecc. Indubbiamente l’apparato radi-
               cale della robinia, molto esteso e dotato di un’efficiente propagazione
               per stoloni la renderebbe ottima come consolidatrice di pendii. Risulta
               invece assurdo porla a delimitare terreni agricoli o strade di pianura co-
               me non di rado si usa fare in molte zone d’Italia. Non solo buona par-
               te dei concimi somministrati alle colture viene utilizzato dall’apparato
               radicale della robinia, con crescita vertiginosa della pianta e sottrazione
               di sostanza nutritiva alle colture ma, se ceduata, la robinia attira una mi-
               riade di gemme negli stoloni e nelle radici superficiali, tanto da trasfor-
               mare anche isolati esemplari in vere e proprie macchie impenetrabili.
               Inoltre, con l’importazione della specie in Italia, si sono lasciati i paras-
               siti naturali nel paese d’origine, che in qualche misura tendevano a limi-
               tarne la diffusione. In pratica, soprattutto in collina e nelle zone pede-
               montane, ove si avvantaggia di una certa frescura ed umidità, elimina
               progressivamente gli alberi della flora spontanea.
                  Si consideri anche che i funghi della nostra flora non riescono a mi-
               corizzare con le radici della robinia: dove essa si diffonde i funghi
               scompaiono. Non a caso l’appellativo che i botanici anglosassoni han-
               no dato alla pianta è “black locust” (cavalletta nera), e già a fine secolo
               scorso, constatandone l’evidenza, i nostri tecnici forestali ne consiglia-
               vano la coltivazione in piantagioni specializzate (per ottenerne paleria),
               auspicando che ne venisse limitata al massimo l’utilizzazione non con-
               trollata e la messa a dimora lungo campi e coltivi. Altro elemento nega-
               tivo della pianta è il possesso di robuste spine. Un bosco di robinie, so-
               prattutto se ceduo, è praticamente invalicabile.
                  Il polline è l’ultimo aspetto negativo della robinia. Fortemente aller-
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               gogeno, provoca sintomi di sensibilizzazione a moltissime persone.
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