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La foresta e l’albero sacro: miti e ritualità nelle culture africane


            africana, la foresta è un grande teatro dove si compiono metamorfosi
            dello stato dell’essere: «là dimora Osanyn, dio della medicina e della co-
            noscenza occulta, là il culto di Oro, Agemo e molti altri culti segreti
            tendono i loro raduni, e là va ogni iniziato che cerca di perdere il suo
            vecchio io e di scoprirne un altro».
               Per il drammaturgo nigeriano Soyinka (premio Nobel per la lettera-
            tura nel 1986), la danza della foresta, che avviene durante le feste di ce-
            lebrazione e di purificazione, è una teatralizzazione del rito che egli de-
            finisce “ritualità ermetica dell’arte”. La rappresentazione teatrale è,
            quindi, l’esperienza artistica più elevata, perché scaturisce dal mito e dal
            rito, quali medium tra l’uomo e la divinità. Le danze della foresta e le ce-
            lebrazioni rafforzano quel sentire comunitario che è il fulcro delle so-
            cietà africane e stabiliscono il legame tra mondi visibili e invisibili: le of-
            ferte e le libagioni ai morti-viventi rinnovano il legame tra i viventi e i
            defunti. Nella drammaturgia africana la dimensione mitologica e rituale
            assume un valore catartico: un’opera di Soyinka, che rappresenta una
            danza della foresta tenuta in occasione della festa dell’Indipendenza na-
            zionale nigeriana, configura l’inizio di nuovo ciclo storico ed è espres-
            sione della rappresentazione che diviene anch’essa rito di passaggio.
               Anche la poesia africana esprime una sapienza tradizionale: la “paz-
            zia” che esalta Aimé Césaire, “grande poeta negro” del XIX secolo co-
            me lo definì il “pontefice del surrealismo” André Breton, esprime l’an-
            tiragione del pensiero razionalista europeo: «la pazzia che urla si riferi-
            sce alle rumorose feste estatiche religiose, alla veggenza africana e al-
            l’estasi della libertà».
               Per Césaire, che ha forgiato il termine “negritudine” in relazione al-
            l’oppressione culturale del sistema coloniale francese, il progetto di as-
            similazione culturale era una svalorizzazione dell’Africa e della sua cul-
            tura: la negritudine era invece un umanesimo attivo e concreto rivolto a
            tutti gli oppressi della terra. Nella poesia di Césaire «la ragione si sacrifi-
            ca al vento della sera» e il «bosco che miagola» è la voce degli schiavi
            che imitavano quella degli animali della foresta per fuggire dai padroni,    4
            così come «l’albero che trae dal fuoco le castagne» (marrons: sono gli       n.
            schiavi fuggitivi) esprime la possibilità di salvarsi dalla schiavitù salendo  -  II
            su di esso. Anche nella poesia di Senghor, amico e sodale di Césaire, gli
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