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La foresta e l’albero sacro: miti e ritualità nelle culture africane


                  Una leggenda africana narra anche che le streghe esistono e che di
               notte si radunano sui grandi alberi isolati in mezzo ai campi; di notte le
               streghe avvolgono la terra in una grande ragnatela: un capo del filo lo
               tengono in mano, l’altro passa su tutti gli alberi del mondo. Se una per-
               sona prova ad aprire la porta per uscire, urta la ragnatela: le streghe se
               ne accorgono e si dileguano spaventate nelle tenebre».
                  Queste leggende africane, contenute in  Ebano di Ryszard
               Kapuscinski (scrittore polacco che dal 1957 per i successivi quarant’an-
               ni ha viaggiato e descritto il continente africano), esprimono un mondo
               spirituale ricco e complesso permeato da una profonda religiosità. La
               cultura africana non conosce documenti e scritture e la sua forma più
               pura risiede nella mitologia. Kapuscinski definisce l’Africa un oceano,
               un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo che si divide in tre
               mondi diversi anche se collegati l’uno con l’altro. L’africano crede che
               all’origine di questi tre mondi c’è l’Essere Supremo, l’Ente Supremo,
               Dio. Questa idea dei tre mondi è ciò che separa l’Africa dall’Europa: il
               primo mondo è rappresentato dalla realtà tangibile e visibile, il secondo
               mondo è quello degli antenati e il terzo mondo è il regno degli spiriti,
               che sono presenti in ogni entità e in ogni cosa. La dimensione religiosa
               degli africani è condivisa con la comunità: rivolgersi a Dio è un’espres-
               sione spirituale collettiva e non individuale. Per il filosofo e teologo
               africano John S. Mbiti, infatti, il cogito cartesiano viene sostituito dal su-
               mus: «io sono, perché noi siamo, siamo quindi sono».
                  Come afferma il poeta Léopold Sédar Senghor che è stato presidente
               del Senegal dal 1960 al 1980, l’individuo è tale solo quando è membro
               della comunità perché: «L’africano non si rende conto che pensa: egli
               sente di sentire, percepisce la sua esistenza e se stesso; e poiché sente
               l’Altro, egli è disegnato in funzione dell’altro, del ritmo dell’altro, per rina-
               scere nella conoscenza del mondo. Così l’atto del conoscere è un accordo
               basato sulla conciliazione con il mondo, simultaneamente si danno assie-
               me consapevolezza e creazione del mondo nella sua indivisibile unità».
                  Nella religione tradizionale africana i luoghi di culto assumono, per-
               ciò, una valenza sociale: la foresta sacra è il luogo dove vengono sepolti
               gli antenati, dove avvengono i riti di iniziazione e dove vengono inco-
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               ronati i re, i capi tribù, i capi clan e i capi villaggi. Per la drammaturgia
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