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Bussi, la discarica di veleni più grande d’Europa


                    piuto anche “azioni dolosamente omissive e commissive, a cagio-
                    nare e/o comunque a non impedire, consapevolmente, l’ulterio-
                    re aggravarsi di un evento che avevano l’obbligo d’impedire”.
                    È dal 1994, infatti, che l’accusa fa risalire la “strategia di impre-
                    sa” per dribblare così l’obbligo di porre un rimedio alla situazio-
                    ne disastrosa che si era venuta a creare. E come si fa? “Si rappre-
                    senta una realtà ambientale distorta rispetto alla realtà”. Nel
                    marzo del 2001 Luigi Guarracino, direttore pro-tempore dello
                    stabilimento (lo sarà dal 1997 al 2002) presentò un piano di carat-
                    terizzazione redatto in teoria in ossequio ai decreti ministeriali in
                    cui si gettava acqua sul fuoco e si sosteneva che non c’era alcun
                    rischio per l’esterno.
                    “L’inquinamento non esce”, “non c’è emergenza”, “occorre non
                    spaventare chi non sa”, erano le parole d’ordine, come si legge
                    nei documenti organizzati ad arte. Si tratta, però, secondo l’ac-
                    cusa di “tutte indicazioni fondate e supportate da dati parziali,
                    frutto di dolose manipolazioni, soppressioni, modifiche”.
                    Il fine era uno solo: “occultare la pesantissima e compromessa
                    situazione di inquinamento del sito industriale” e il fatto che
                    “persino le falde acquifere più profonde e gli stessi pozzi di cap-
                    tazione dell’acqua potabile (2 km più a valle) erano interessati da
                    quel fenomeno”.
                    Per quanto concerne invece gli altri capi di imputazione che
                    riguardano Aca e Ato il discorso è diverso. Il pm Mantini aveva
                    chiesto il rinvio a giudizio anche per Giorgio D’Ambrosio, ex
                    presidente Ato, Bruno Catena, ex presidente Aca, Giovanni Di
                    Bartolomeo, direttore generale Aca, Lorenzo Livello, direttore
                    tecnico Aca, Roberto Rongione, responsabile Sian Asl di Pescara.
                    Per loro l’accusa era quella di somministrazione di sostanze
                    adulterate e avvelenamento di acqua per aver immesso l’acqua
                    avvelenata nell’acquedotto.
                    Per il gup De Ninis non si può parlare di avvelenamento delle
                    acque, poiché i valori al rubinetto sarebbero rimasti entro il limite
                    di legge grazie alla miscelazione con acqua pura, ma di adultera-
                    zione delle acque che è reato molto più lieve, con pena inferiore.
                    Prosciolti gli imputati perché il reato contestato non sussiste.
                    Era questo uno dei punti già chiaramente controverso che è
                    emerso durante le udienze preliminari.


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