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I boschi e la selvicoltura nel territorio Chietino del Parco Nazionale della Majella
che si rinviene esclusivamente su inaccessibili pareti a strapiombo nelle
zone di Cima della Stretta e Vallone di Macchialunga a Fara San Marti-
no, oltre che nella Valle dell’Orfento, nel pescarese.
Le pinete di Pino mugo
Sono popolamenti sommitali, di grande interesse fitogeografico e natu-
ralistico, frequentemente a copertura discontinua, con un attivo dinami-
smo. Si tratta di boscaglie di “arbusti” prostrati che si sono insediate sui
ripidi pendii del massiccio della Majella tra i 1.700 ed i 2.300 m s.l.m.,
preferibilmente su esposizioni settentrionali od orientali. In queste sta-
zioni il vento ed il gelo non permettono più la sopravvivenza delle fagge-
te e riescono a vegetare solo arbusti prostrati. Il Pino mugo è infatti resi-
stentissimo alle basse temperature, ha limitate esigenze idriche e pedolo-
giche e riesce ad attecchire persino sulle pietraie che rimangono innevate
per molti mesi all’anno.
Generalmente si ritrova allo stato puro, più raramente insieme a Gine-
pro comune, Ginepro nano, Rododendro, Mirtillo nero ed Uva ursina, a
formare una boscaglia fitta e contorta, quasi impenetrabile. I rami del Pino
mugo crescono infatti dapprima in senso orizzontale, poi verso l’alto, ma
non superano mai i 2 o 3 m d’altezza e si presentano nodosi e contorti, ada-
giati al suolo. Per tali motivi queste boscaglie sono adattissime a trattenere
la neve, rappresentando una preziosa protezione da valanghe e slavine.
Questa cenosi, oltre a rappresentare il terzo tipo di bosco per esten-
sione del Parco Nazionale della Majella, rappresenta sicuramente una
particolarità in quanto, dopo la fine dell’ultima glaciazione, il Pino mugo
è sopravvissuto sugli Appennini solo sulla Majella e nel Parco Nazionale
d’Abruzzo ed è oggi specie particolarmente protetta anche ai sensi della
L. R. n. 45/79 della Regione Abruzzo.
Il Pino mugo si ritrova in particolare in molte stazioni della Majellet-
ta, di Monte Cavallo, di Monte d’Ugni, delle Gobbe di Selvaromana ed in
tutta la Majella orientale.
I rimboschimenti di conifere
Si tratta di piantagioni di varia età eseguite a scopo protettivo a parti-
re dagli anni venti del secolo scorso. In particolare, vaste campagne di
rimboschimento con conifere, prima fra tutte il Pino nero di Villetta Bar-
rea, si sono succedute in seguito alla Legge sulla Bonifica Integrale del
1933 (c.d. “Legge Serpieri”) ed alla Legge per la Montagna del 1952 (c.d.
“Legge Fanfani”), grazie anche all’opera del Corpo Forestale dello Stato.
Nonostante la scarsità delle cure colturali prestate, in diversi casi l’e-
sito complessivo dei rimboschimenti può ritenersi soddisfacente: si trat-
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