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Antropologia della spazzatura
ANTROPOLOGIA
DELLA SPAZZATURA
di Luciano Arcella*
Può la spazzatura raccontarci l’evoluzione della società? La risposta è affermativa, l’im-
mondizia, considerata un “bene” di scarto, costituisce l’identificazione dell’essere uomo,
diventa una connotazione antropologica! Come dire: dimmi cosa consumi e ti dirò chi
sei... Proprio attraverso un viaggio tra i rifiuti possiamo tracciare una mappatura dell’e-
conomia mondiale, sbilanciata, fatta di grandi disavanzi, di enormi sprechi, di povertà e
di superfluo. E possiamo scoprire che, chi vicino all’immondizia ci deve vivere ha impa-
rato, suo malgrado, a riciclare gli scarti di una società troppo spesso malata di consumi-
smo. Smaltire, utilizzare, reimpiegare, sono progetti ambiziosi, ma che necessitano un
ritorno ad una cultura più etica e razionale, basata sull’antica austerità. Come concilia-
re questo programma con il mondo d’oggi?
Is it possible that garbace could tell us about society’s evolution? The answer is positive;
rubbish, thought as imperfect “goods”, can become a key factor in the identification of a
human being, it becomes an anthropological mark! In other words: tell me what you use
and I’ll tell you who you are. Is it just through an itinerary across any kind of waste that
we can, trace a map of worldwide economy, unbalanced, coming out from huge deficit,
enormous waste, poverty and surplus. And is it also possible to discover that a person,
obliged to live near rubbish, has come to learn, against his own will, how to recycle all
that a society, too often affected by consumerism, has rejected. Waste disposal, use, recy-
cling are ambitious projects, that need to go back to a more rational ethic culture, based
on the old austerity. But how shall we reconcile this programme with the present world?
on è nuova l’idea che attraverso i detriti che una popolazione
lascia dietro di sé sia possibile comprenderne il carattere, i valo-
Nri, oltre che naturalmente le condizioni economiche e sociali. È
ovvio pertanto che basta una breve ricognizione attraverso i contenitori
di immondizia di una città di quel che in prospettiva tecnologico-econo-
mica si definisce il primo mondo, per comprenderne, attraverso l’enorme
spreco, la quantità di beni che vi circolano.
Quantità che, se lascerebbe stupito un individuo proveniente dai luo-
ghi della carenza, lascerebbe ulteriormente sorpreso lo stesso abitante del
primo mondo del secolo scorso, miracolosamente ridestatosi dopo una
cinquantina d’anni di letargo. Prendo ad esempio la Napoli degli anni
Cinquanta, città sufficientemente ricca, pur se in epoca di scarsità post-
bellica, da consumare e da lasciare detriti. In quel tempo non vi era alcun
* Professore di Storia delle Religioni Università de l’Aquila.
SILVÆ - Anno V n. 11 - 251

