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Antropologia della spazzatura


                  problema con la spazzatura, anche se non esistevano cassoni-raccoglitori
                  per strada, né tantomeno si aveva una raccolta differenziata. In quei
                  tempi esisteva la figura dello «spazzino», termine italianizzato del napo-
                  letano «munnezzaro», che andava casa per casa, appartamento per
                  appartamento, quotidianamente, a raccogliere il contenuto delle pattu-
                  miere lasciate sul pianerottolo.
                     Allora non esistevano le buste di plastica, segno di un radicale muta-
                  mento dei costumi e di una vera rivoluzione mercatologica, sì che l’ante-
                  nato dell’operatore ecologico, a mani nude infilava il contenuto sciolto e
                  indiviso della pattumiera di metallo in un sacco ben capace, simile a quel-
                  li usati per la raccolta della posta, per poi vuotarlo in basso nel camion
                  raccoglitore.
                     La mia abitazione consisteva in un appartamento di discreta dimen-
                  sione condiviso con la grande famiglia costituita da due nonni, alcuni zii,
                  vari nipoti, una domestica affiliata, ma le sue scorie d’una giornata riem-
                  pivano sì e no mezza pattumiera, sì che i volenterosi raccoglitori se la
                  cavavano con unico percorso, dall’ultimo piano, il quinto, al primo, a
                  piedi, in due e con un solo sacco (uno reggeva il sacco aperto e l’altro vuo-
                  tava la pattumiera), che portavano a spalla come quello pieno dei doni di
                  Babbo Natale.
                     Allora si gettava poco perché si consumava pochissimo: era il tempo
                  delle camicie rivoltate, dei sapienti rammendi, come ci ricordano ripetu-
                  tamente i personaggi d’Eduardo. Ed erano anche tempi della fame, di
                  quella costante preoccupazione di riuscire a nutrirsi, sì da rendere un
                  ricco pasto oggetto dei sogni d’una classe umile ma nient’affatto margi-
                  nale. Ancora Napoli e  ancora Eduardo, con i suoi personaggi operanti
                  fra miseria e nobiltà, che dinanzi a una zuppiera di spaghetti vanno in
                  visibilio e li sbranano con l’avidità e il timore che dietro l’angolo potreb-
                  be trovarsi in agguato un nemico in cerca di preda, ossia dei propri spa-
                  ghetti.
                     Oggi ciò viene percepito come irreale e suscita riso non diversamente
                  da un cartone animato in cui con un calcione qualcuno viene mandato
                  irrealmente sulla luna, ma allora la farsa era tratta da un dato decisa-
                  mente reale. Allora, e molti potranno ancora ricordarlo, in una Napoli
                  dal discreto benessere, la carta igienica era un lusso riservato a poche
                  famiglie, e la gioia del consumatore di sanitario era data da una carta più
                  sottile al posto di quella dei giornali, ordinatamente strappata a quadra-
                  ti ed infilata in un ferro a punta sospeso a mezza altezza.
                     Per chi non ricorda basta guardare qualche film d’epoca per percepi-
                  re gli usi e i consumi. Come L’uomo di paglia di Germi, significativo suo
                  malgrado, visto che la trama intende indirizzare verso altre valutazioni e


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