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Antropologia della spazzatura
differenti emozioni. Il protagonista maschile, serio padre di famiglia,
momentanemante perdutosi in una passione «illecita», incontra la sua
giovane amante in un bar. Tavolino di legno, due sedie, due tazzine di
caffé, in un angolo con lo sfondo di un muro maculato, ricoperto parzial-
mente di mattonelle, ben simile a una ritirata di stazione di provincia che
al più misero dei nostri attuali caffé.
Con questa scenografia Germi non intendeva certamente offrire imma-
gini di miseria, visto che i due protagonisti erano espressione di una vita
piccolo o medio borghese e il punto dei loro incontri un locale, non par-
ticolarmente elegante, ma di discreto livello. Eppure tutto questo a un
giovane d’oggi, nato nel benessere dell’ultimo decennio dello scorso seco-
lo, appare irreale, segno di un’alterità inconcepibile; e forse non solo a
lui che non l’ha vissuta, ma anche a chi vi ha partecipato e che oggi si
chiede come abbia potuto abitare in una casa in cui non esistevano né
doccia né vasca da bagno, mancavano i termosifoni e quando d’inverno
ci si metteva a letto, bisognava trattenere il respiro a contatto delle len-
zuola gelate, nell’attesa ci che si avvantaggiasse del calore del corpo.
Dicevamo dunque che in quegli anni i residui erano scarsissimi: resti
di verdure mondate, bucce di vario genere, niente plastica, poca carta
(per la pulizia dei mobili e degli utensili si usavano stracci che venivano
regolarmente lavati) e rarissimi avanzi di cibi. Sì che nella madre di fami-
glia abituata a lavare e riciclare, l’apparizione e l’uso delle prime stovi-
glie di plastica creò una vera angoscia, dal momento in cui era d’obbligo
disfarsene dopo l’uso, e una testarda resistenza, visto che continuò a
lavarle e a riutilizzarle.
Nell’ispezione di quell’immondizia si potevano trovare magari dei car-
toni o delle carte pesanti, resti di imballaggi di alcune merci, ma manca-
vano tutte quelle scatole e scatoline oggi usate dai supermercati come con-
tenitori d’ogni prodotto alimentare. Soprattutto dei tanti biscotti e
merendine di vario genere, un tempo inesistenti, anche perché erano ine-
sistenti i supermercati. Allora si trovavvano basilarmente due tipi di
biscotti: i biscotti Maria, secchi da soffocare, e i più dolci e friabili frolli-
ni, che il droghiere avvolgeva con le sue mani, ovviamente non guantate,
in quel foglietto sottile, ideale per fungere da carta igienica, e che comun-
que costituivano la colazione di pregio in sostituzione del pane stantio con
cui farsi «a zuppa e latte».
Immondizia povera dunque per un Paese che, più che povero, non
aveva guadagnato il concetto di consumo, non sapeva disfarsi delle cose
che comunque potevano essere utilizzabili e quindi utili. All’inizio del-
l’avvento delle buste di plastica, le persone più accorte incominciarono a
conservare pure quelle, lavate e stirate come una reliquia. Ma ci volle
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