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Antropologia della spazzatura
poco perché anche loro si convincessero della necessità di gettare, così
come vennero convinte agevolmente quelle popolazioni del terzo o quar-
to mondo che in breve tempo intasarono le loro acque con masse galleg-
gianti di plastica, non sospettando che i loro residui, sino al momento
inconsistenti, potessero ostruire gli sbocchi della natura.
Accadeva dunque che nel giro di qualche decennio le immondizie si
accrebbero in maniera estremamente rapida, anzitutto per quel primo
mondo al quale l’Italia, finita la carenza dell’età post-bellica, si affaccia-
va passando da un’economia dei bisogni a quella del superfluo. Poi per
Paesi diversamente emergenti che non ebbero il tempo di passare dall’in-
digenza al consumo, finendo direttamente in un forzato consumismo,
costituito da «inutili» prodotti di scarto donati dalle economie avanzate
col preciso scopo di creare nuovi bisogni senza che fossero stati esauditi i
primari.
Ci riferiamo con ciò in particolare al continente africano, lasciato libe-
ro dai vecchi colonizzatori nei fatidici anni Sessanta, e utilizzati o come
fornitori di materie prime, o come spazi di deposito per i propri avanzi,
comunque da smaltire. E non si trattava necessariamente di immondizie,
nocive e non, ma anche di prodotti della tecnica, superati e quindi non
più utilizzabili dal mercato interno, ma riciclabili in quelle terre dove
finivano con l’avere una vita brevissima (se non inesistente) a causa di
una mancanza di preparazione e di mezzi per la manutenzione.
Si formarono in tal modo innumerevoli cattedrali artificiali e marci-
scenti nei deserti d’una natura sino allora incontaminata, e improvvisa-
mente satura di relitti meccanici in disuso. Contenitori mastodontici mai
funzionanti, ferraglia affondata nella sabbia dopo limitatissimi percorsi,
masse metalliche di problematica origine e funzione, segni d’un minac-
cioso futuro privo di storia, in quanto i loro capostipiti erano vissuti in
altre terre. In sintesi, reliquie d’un benessere in realtà mai raggiunto e
con ciò il problema d’uno smaltimento che sembrava dovesse riguardare
soltanto il mondo della grande produzione e del largo consumo.
Problema non risolto, ma che ha trovato parziali rimedi in quei Paesi
in cui si è avuto un forte incremento dei beni e della ricchezza, però dise-
gualmente diffuse fra la popolazione. Prendiamo ad esempio la vasta area
sudamericana, dalla Colombia, al Venezuela, al Brasile all’Argentina,
dove, almeno per le classi abbienti si è diffuso un consumismo che ha fini-
to per coinvolgere anche settori meno agiati se non marginali, costante-
mente privi del necessario, saltuariamente toccati dal superfluo. Ebbene,
anche lì esiste un problema di smaltimento di rifiuti, soprattutto se si con-
siderano grandi agglomerati urbani come San Paolo, Buenos Aires, Rio
de Janeiro e Caracas, caratterizzati, oltre che dal numero degli abitanti,
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