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Il tributo della zootecnia alla salvaguardia del lupo


                  denunce dei danni da predazione al bestiame ed i relativi risarcimenti,
                  risultò che nel quadriennio 1980-1983 circa l’1% dell’intero patrimonio
                  zootecnico fu interessato da danneggiamenti da selvatici/rinselvatichiti
                  (Adriani, 1984). Altro elemento di particolare interesse, già allora chiara-
                  mente emerso, riguardava i tentativi di frode che alcuni allevatori metteva-
                  no in atto al fine di ottenere risarcimenti non dovuti. Ciò veniva general-
                  mente perseguito denunciando danni a carico di un numero di capi supe-
                  riore a quello realmente colpito e/o recuperato (carcasse ispezionabili),
                  facendo figurare come lesi capi improduttivi o scambiandosi le carcasse suc-
                  cessivamente ai sopralluoghi di verifica effettuati dal personale preposto.
                  Tanto che, per contenere il fenomeno che andava assumendo inattese pro-
                  porzioni, venne imposto l’imbrattamento delle carcasse con vernici indele-
                  bili ed il loro contestuale smaltimento. Tutt’altro che raramente, e per una
                  vasta gamma di motivi, tali tentativi di frode ebbero buon esito per chi li tra-
                  mava. In questo  iter il lupo, caricato di responsabilità superiori a quelle che
                  realmente gli appartenevano, continuava veder degradare la sua immagine,
                  sia agli occhi dei meno attenti al fenomeno che, singolarmente, in una sorta
                  di autoistigazione tra gli stessi allevatori.
                     Dopo circa 15 anni a questo studio ne seguì un altro del tutto simile
                  (Adriani, 1999). L’indagine, condotta nella stessa area ed incentrata sullo
                  studio dell’impatto del lupo sul bestiame, analizzò le dinamiche in atto nel
                  comparto zootecnico, esaminò la certificazione attestante l’attribuzione dei
                  danni (Fico, 1992) e, nel tentativo di acquisire una visione complessiva del
                  fenomeno a livello locale, procedette nella valutazione spazio-temporale del
                  rapporto danni/azienda. Dall’analisi è sostanzialmente emerso che, secon-
                  do gli atti ufficiali, le aziende più esposte al danno da lupo erano quelle di
                  maggiori dimensioni (alcune di esse avevano accusato fino a 9 aggressio-
                  ni/anno) e che ancora praticavano la transumanza. Al fine di analizzare le
                  strategie allora adottate per prevenire le aggressioni, venne condotta un’in-
                  dagine parallela, dalla quale emerse, differentemente da quanto scaturito
                  in altri studi (Breber, 1999; LIFE COEXa), che il rapporto numerico cani
                  da pastore/capi ovini delle singole aziende non costituiva un fattore signi-
                  ficativo nella strategia della prevenzione del danno. Contestualmente
                  risultò un ulteriore problema, legato alle diagnosi di attribuzione dei
                  danni. Analizzando le denuncie di 20 anni si osservarono anomale concen-
                  trazioni nell’attribuzione, in una certa epoca si condensavano sui cani ran-
                  dagi, in un’altra sui lupi. La transizione dalla L.R. 48/82 alla L.R. 16/96
                  sembrò costituire la cerniera del mutamento.
                     Le pratiche correntemente attuate dagli allevatori locali al fine di conte-
                  nere i danni al bestiame (Adriani, 2007) vennero classificate in due diverse
                  tipologie principali: attive e passive. Nella prima categoria vennero incluse


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