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Il tributo della zootecnia alla salvaguardia del lupo
un’innata “perniciosità” e che lo facesse in misura sproporzionata rispet-
to al fabbisogno è piuttosto antica e radicata. A tale proposito il Dorotea
(1862) sostiene: «La nostra Legge forestale sulla caccia [...] non ha man-
cato di provvedere per la distruzione dei lupi, animali che furono soven-
te e sono il flagello delle campagne. Essi non senza ragione vennero con-
siderati come pubblici nemici da tutt’i popoli, e come tali perseguitati
dovunque. Alcuna nazione, come l’Inghilterra, giunse a disfarsi intera-
mente di questi pericolosi esseri, grazie alle cure vigili, e solerti del Gover-
no, e del genio dei suoi sudditi. Come è noto, i lupi son nocivi non solo per
gli animali domestici di grande taglia, che prestano sì gran servizio
all’uomo, ma sono i distruttori ancora di animali minuti, e di ogni sel-
vaggiume, e maggiormente perniciosi per lo istinto di nuocere, oltre al
bisogno che hanno di sussistere». Affermazione, quest’ultima, che da
conto di un ulteriore fronte di scontro, quello con il mondo venatorio.
Tali congetture giustificano appieno l’immane sforzo che, da epoca
immemore, l’uomo ha profuso per lo sterminio della “belva”. Eradica-
zione incoraggiata nel tempo da apposite normative che garantivano
cospicui premi in danaro a chi catturasse e uccidesse lupi, creando un’ar-
te ed un’economia basata sulle cacce al predatore (Adriani et al., 2009b).
Nel solo territorio dell’attuale provincia di Rieti furono decine i per-
sonaggi che, nel XIX secolo, a tempo pieno o sporadicamente, si dedica-
rono alle cacce dei lupi. E, per lo stesso periodo, fu superiore a 300 il
numero minimo certo di capi abbattuti. Insieme prevalentemente costi-
tuito da cuccioli, frutto di una precisa gestione della risorsa “lupo” che
puntava alle più agevoli e fruttuose catture nelle tane (Adriani et al.,
2009a, 2009b). Non è da sottovalutare che, certamente, il numero di 300
lupi abbattuti è fortemente sottostimato, in quanto costituito dai soli ani-
mali per i quali venne richiesto il premio, e non comprende tutti quelli
uccisi e tradizionalmente utilizzati in ambito locale per eseguire le que-
stue. Condizione quest’ultima che, per norma, escludeva gli uccisori degli
animali utilizzati in tal modo dalla possibilità di beneficiare dei premi.
Il fenomeno si protrasse, in modo pressoché invariato, anche nella
prima metà del XX secolo. Dal punto di vista quantitativo non sono stati
di secondaria importanza, come accade in molte faccende economica-
mente rilevanti, gli aspetti sommersi ed illegali direttamente collegati alle
cacce ed alle riscossioni dei premi (Adriani et al., 2009a).
Attualmente la specie è presente nei paesi delle penisole mediterranee
(iberica, italica, balcanica) con differenti livelli di consistenza ed è ecolo-
gicamente adattata ai diversi ambienti.
Per quanto riguarda il popolamento italiano, fino a tempi recenti esso
è stato attribuito ad una sottospecie a sé stante (Canis lupus italicus Alto-
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