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Il tributo della zootecnia alla salvaguardia del lupo
gonismo, che si fece sempre più pressante, condusse alla parziale sovrappo-
sizione delle nicchie ecologiche. Dinamica che sembra essere alla base della
crescente ostilità dell’uomo nei confronti del predatore (Ortalli, 1988).
Chiare tracce di questa remota rivalità si rinvengono in alcune pre-
scrizioni emanate circa 1400 anni fa. Una norma dell’editto Rotari, rac-
colta di leggi scritte promulgata nel 643 dal re dei Longobardi, recita:
«...Se un lupo uccide un animale appartenente a qualcuno ed una per-
sona, all’insaputa del padrone, lo scuoia e lo nasconde, paghi dodici
soldi di multa...» (cit. in. Fumagalli, 1993).
L’epilogo più ovvio dell’antagonismo non poté concretizzarsi che nell’in-
calzante sforzo dell’uomo volto allo sterminio dell’animale. Dopo oltre 1000
anni dall’emanazione dell’editto Rotari, sempre in riferimento alla distru-
zione dei lupi, il Di Stefano (1731) sostiene che «[...] in alcuni luoghi le
comunità, per mantener le pecore immuni dalla rapacità de’ lupi, sogliono
costituir salari e premi a’ cacciatori che vanno in traccia per ammazzarli».
La persecuzione, stimolata dalla normativa e pianificata nella sua
attuazione pratica, ha gradualmente condotto la specie ad un passo dal-
l’estinzione. In Italia, con la crescente contrazione e frammentazione del-
l’areale, a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso il lupo restò essen-
zialmente confinato nella porzione centromeridionale dell’Appennino.
Proprio nei territori dove la pastorizia rappresentava, e rappresenta, la
forma zootecnica caratterizzante. In un siffatto contesto il rapporto
uomo/lupo riscontrabile nel Reatino (Adriani et al., 2009a), comparto ter-
ritoriale in cui ricade l’area di studio, non è per alcun verso dissimile da
quello presente nel resto della dorsale interessata dal medesimo fenomeno.
La specie, nel modo d’intendere comune, è stata da sempre annovera-
ta tra quelle definite “nocive” (cfr. abrogato T.U. 5/6/1939, n. 1016) e, per
questo, soggetta a continue persecuzioni, sia in Italia (D’Andrea, 1976)
che in larga parte del resto del pianeta (Musiani & Paquet, 2004). Fin dai
tempi più remoti l’immagine del lupo ha incarnato il ruolo del principale
pericolo per le greggi e, anche se in minor misura, per l’uomo. A tale
riguardo Altobello (1924) afferma: «[chi] non sa i danni che fa il lupo, non
sa quali pericoli ci minacciano se lo lasciano ancora libero di moltiplicar-
si e di agire secondo i suoi noti brutali istinti di malvagità. [Io che lo stu-
dio conosco i] danni che arreca, vedo che i suoi misfatti aumentano di
giorno in giorno e che mentre prima si limitava alla rapina di qualche
pecora incustodita, ora arriva non solo all’assalto in piena regola o in
grande stile degli ovini, dei vitelli e dei puledri, ma anche ad attentare
con audacia crescente alla vita umana. E quando i lupi imparano ad
addentare la nostra carne non la dimenticano tanto facilmente!». L’idea
che il lupo predasse non per soddisfare le sue esigenze alimentari ma per
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