Page 79 - Rassegna 2025 numero speciale 1
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l’immissione di formazioni partigiane nelle Unità regolari dell’esercito:
significato e implicazioni politiche e operative
L’oss, a parte sua, “sospettando che dietro la nuova politica vi fossero le con-
suete manovre imperialiste inglesi giustif cate con un inesistente pericolo comuni-
sta, ignorò i limiti imposti dallo stesso XV gruppo di armate”. una ulteriore dimo-
strazione che la politica alleata verso la resistenza italiana continuava “ad essere il
risultato di iniziative individuali e delle diverse priorità di ciascuno dei soggetti coin-
volti” .
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una situazione paradossale dovuta, ancora una volta, all’esistenza di centri di
comando diversi e in concorrenza che, una volta tanto, favorì le richieste italiane
relative alla immissione di patrioti nell’esercito. il promemoria di Berardi del 2 gen-
naio aveva provocato la dura reazione del generale Browning, capo della sottocom-
missione esercito della mmia, che riteneva l’arruolamento dei patrioti pericoloso
dal punto di vista politico e inutile da quello militare, trattandosi di elementi che
avrebbero avuto bisogno di un lungo addestramento e quindi non utilizzabili in
tempi brevi. L’ammiraglio ellery stone, capo dell’ acc, pur condividendo i dubbi
di Browning, riteneva invece che il reclutamento fosse utile e opportuno; una con-
vinzione condivisa dall’ambasciata inglese a roma che, trasmettendo il parere di
stone a eden, scrive de Leonardis, sosteneva che la soluzione rappresentava il male
minore: “il rischio che le bande potessero costituire dei centri di sovversione nel-
l’esercito poteva essere risolto arruolandole f no alla forza di una compagnia ed era
comunque preferibile al pericolo che, se si fosse mantenuta la politica esistente, i
partigiani rif utassero di cedere le armi e provocassero disordini” . a metà febbraio
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alexander emanò disposizioni circa il trattamento dei partigiani che prevedevano
l’arruolamento nei reparti dell’esercito f no a un decimo della forza del movimento,
stimata in centomila unità .
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il 26 febbraio nel corso di una riunione con i rappresentanti dell’acc,
sampò riceveva la comunicazione che era stata accettata la proposta italiana di
“considerare i reparti patrioti dei battaglioni e non delle compagnie”. Veniva inve-
ce respinta la richiesta di fornire armi pesanti (mortai, armi anticarro, autoblindo,
ecc.) alle unità partigiane, che avrebbero dovuto perciò continuare a combattere
con il solo “armamento individuale (fucili e moschetti automatici), con compiti
necessariamente adeguati a tale armamento, e cioè: pattuglie diurne e notturne,
colpi di mano, informatori, contatti con borghesi oltre le linee, guide, pattuglie di
collegamento tra i reparti dei gruppi di combattimento”; una “determinazione
forse inf uenzata da ragioni politiche”, commentava l’estensore del verbale della
76 t. pif er, gli alleati e la resistenza italiana cit., p. 213.
77 m. de Leonardis, la gran bretagna e la resistenza partigiana in italia 1945-1945 cit., pp. 343 e ss.
78 ivi, pp. 345-346.
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