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I CARABINIERI DEL 1944 - IL REGNO D’ITALIA



                  Il piccolo Manfredi fu dichiarato all’anagrafe però solamente il 2 novem-
             bre seguente, ben 11 mesi dopo la nascita.
                  Anche la data del suo giuramento è del resto stranamente tardiva: egli uscì
             infatti  dalla  Scuola  Ufficiali  Carabinieri  nel  1920.  Particolari  burocratici  che
             certo hanno una qualche spiegazione, ma che già introducono una figura atipi-
             ca, sempre in bilico fra detto e non detto, vero e verosimile, tra la fortuna e la
             temerarietà.
                  Le sue biografie aggiungono alcuni altri elementi non controversi, indi-
             spensabili per capire l’uomo e il militare: nacque, infatti, da due insegnanti, sesto
             di sette fratelli, in una famiglia che gli garantì quindi una istruzione decorosa
             prima di metterlo nella necessità di guadagnarsi da vivere. Si arruolò nell’agosto
             1914 nei Carabinieri, proprio nei giorni dello scoppio della Grande Guerra.
                  Di pronto ingegno e abile a passare inosservato, si segnalò subito ai supe-
             riori e quando anche l’Italia entrò in guerra fu assegnato al servizio in borghese.
             Erano i primi mesi della grande Guerra e i porti, e massimamente quello di
             Napoli,  pullulavano  di  informatori  e  spie.  L’affondamento  il  15  luglio  1915
             dell’incrociatore Garibaldi, ad opera di un sottomarino in agguato sulla sua rotta,
             aveva dimostrato che fra i molti individui che giravano sulle banchine osservan-
             do le navi in arrivo e partenza c’erano molti che passavano le informazioni al
             nemico. Occorreva quindi presidiare il porto e le adiacenze con personale in
             incognito per cogliere sul fatto gli informatori o almeno individuare i sospetti
             su cui indagare nelle enorme folla della marina.
                  Il “carabiniere a piedi” Talamo apprese in questo servizio i primi rudimen-
             ti del controspionaggio: osservare senza farsi notare e tenere a mente i dettagli
             importanti tralasciando il resto. Fu in questo periodo che, grazie alla sua abilità,
             entrò in contatto con l’Ufficio “I”, il controspionaggio del Regio Esercito.
                  Questa struttura stava proprio allora assumendo una fisionomia specifica,
             stimolata  anche  dal  continuo  confronto  con  gli  spionaggi  nemici  e  alleati.
             Proprio il problema dei sabotaggi e della violazione dei cifrari, del resto, aveva
             assunto una rilevanza tale da spingere l’apparato di informazioni e sicurezza
             militare italiano a specializzarsi in questi due settori, che resteranno poi fra le
             sue eccellenze per tutti i decenni seguenti.
                  Particolarmente  famoso  rimase  il  successo  portato  a  compimento  nel
             1917, quando una squadra di spie italiane penetrò nel consolato austriaco di
             Zurigo, da dove si tiravano le fila dello spionaggio in Italia, sottraendovi la lista
             degli informatori in tutta la Penisola.
                  Talamo era allora impegnato in tutt’altro impiego, ma l’eco dell’impresa lo
             colpì molto. Quando poco dopo la fine vittoriosa della guerra fu promosso mare-

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