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I CARABINIERI DEL 1944 - IL REGNO D’ITALIA
Di Luzio, contadino originario di Torricella, arruolatosi in seguito nella
«Maiella» nei cui ranghi resta fino al termine della guerra, racconta poi nei detta-
gli come lui, suo fratello e altri contadini si scontrino con i tedeschi in località
Santa Giusta, uccidendone due e ferendone altrettanti, proprio mentre insieme,
lui e il fratello, stavano recandosi a riprendere un paio di maiali. L’episodio diven-
ta forse il pretesto per quest’altra atrocità consumata dai nazisti in Abruzzo.
Il 21 gennaio 1944 - hanno raccontato appena dopo il massacro gli unici
tre miracolosamente sopravvissuti (il trentenne Giuseppe D’Amico, la sedicen-
ne Nicoletta Di Luzio e il suo fratellino Antonio di dieci anni) - una quaran-
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tina di persone, anche questa volta in gran parte donne, vecchi e bambini, intere
famiglie (una composta dai genitori e quattro teneri figlioletti), da qualche set-
timana sistematesi alla meno peggio in vecchi casolari di campagna dopo l’or-
dine di sfollamento dalla vicina Torricella, vengono prima rinchiuse in un paio
di cadenti masserie (soprattutto in una a più stanze) e poi barbaramente truci-
date con bombe a mano lanciate dalle porte, dalle finestre e persino dai camini.
Non sazi, simili a belve inferocite, i soldati del «reggimento alpino», che già nei
giorni precedenti avevano incendiato altri casolari, danno infine fuoco all’intero
villaggio. Ancora una volta agresti ricoveri vengono trasformati dalla furia
distruttrice della guerra germanica in tombe di macerie e carboni. Quando alcu-
ni uomini della «Maiella», o per meglio dire della Wigforce di cui si dirà fra poco,
appresa la notizia della strage, si recano sul posto, constatano - ricorda il vice-
comandante Domenico Troilo - che «i corpi erano orrendamente straziati e
ovunque l’aria era appestata dal tanfo della carne bruciata» .
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Il carabiniere Angelo Delli Pizzi, che il 2 febbraio accompagna una decina
di volenterosi - il «gruppo per le sepolture» - incaricati di procedere alla tumu-
lazione delle salme, dichiara di aver trovato «in qualche modo intatti» solo quat-
tro-cinque corpi, essendo tutti gli altri «terribilmente maciullati, ridotti a pezzi
e bruciati». A ricordare questo «orrendo assassinio di massa», finito anch’esso
16 Le loro deposizioni e testimonianze, raccolte un mese dopo l’accaduto da una commissione
d’inchiesta inglese presso l’ospedale di Vasto dove i tre superstiti vennero ricoverati (si con-
servano ora presso il Pro di Londra), sono riportate pressoché integralmente, con l’elenco
completo delle vittime (42 accertate e quattro non identificate) da Melchiorre (a cura di), Voci
della guerra, cit., pp. 49-69, e poi da M. Patricelli, I banditi della libertà. La straordinaria storia della
Brigata Maiella, partigiani senza partito e soldati senza stellette, Utet, Torino, 2005, pp. 119-25. Ma
si veda Troilo, Storia, cit., pp. 68 e 75, dove l’uccisione dei due tedeschi da parte di Nicola Di
Luzio viene interpretata come deliberato «agguato» teso al nemico dal 7° plotone della
«Maiella». Cfr. anche Schreiber, La vendetta tedesca, cit., p. 163. La strage di Sant’Agata è ripor-
tata, con l’indicazione di 35 vittime, pure nel promemoria Atrocities in Italy, un’approssimativa
rassegna dei crimini di guerra di cui i servizi britannici ebbero notizia durante la campagna
d’Italia (M. Franzinelli, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini
di guerra nazifascisti 1943-2001, Mondadori, Milano, 2002, p. 367).
17 Felice, La Resistenza in Abruzzo, cit., p. 84.
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