Page 197 - Numero Speciale 2024
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LE STRAGI DI PIETRANSIERI E SANT’AGATA. DA «TERRA DI NESSUNO» A «TERRA BRUCIATA»




               da  quanto  accade  con  i  terremoti,  anche  quelle  misere  casupole  a  un  certo
               momento diventano per loro crudeli tombe ricoperte di macerie.
                    Dopo  l’ulteriore  ordine  di  sgombero  del  15  novembre  pattuglie  della
               Wehrmacht che presidiano la «fascia di sicurezza» (tra la «terra di nessuno» e la
               «linea di combattimento principale»), forse in preda al panico per i primi sentori
               di un probabile massiccio attacco britannico (che poi effettivamente sarebbe
               scattato una settimana dopo con la battaglia del Sangro), cominciano a sparare
               sui civili che a loro giudizio non si tengono alla larga: una donna singola, un
               gruppetto di sei persone, un padre e una figlia, due anziani coniugi. E un quo-
               tidiano  stillicidio  di  morti:  ma  rispetto  all’eccidio  di  massa  solo  il  preludio.
               Soprattutto infatti nella triste domenica del 21 novembre un plotone di una
               mezza dozzina di paracadutisti al comando di un ufficiale - quasi certamente
                                                                                 7
               Georg Schulze, capitano del 3° battaglione del detto 1° reggimento  - procede
               con folle spietatezza e sistematicità, in fasi successive, alla distruzione di quattro
               casolari (D’Aloisio, Macerelli, D’Amico, Di Virgilio) in località Limmari, con-
               trada di Pietransieri, paradossalmente denominata nelle carte ufficiali Valle della
               vita (ma da allora ribattezzata Valle della morte), massacrando bestialmente, a
               colpi di mitraglia e bombe a mano, oltre un centinaio di persone , molte delle
                                                                               8
               7    È quanto emerge dalla puntigliosa ricognizione di Paoletti, in difformità con altre versioni
                    anche di parte tedesca, particolarmente Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia. La guerra
                    delle forze armate tedesche contro la popolazione civile (1943-1945), Editori Riuniti, Roma, 1997, (p.
                    113), che fa propria la tesi di Aldo Rasero, comandante di una banda partigiana e poi generale
                    di riserva (della sua attività resistenziale e del suo libro Morti a Filetto. La Resistenza e le stragi
                    naziste in Abruzzo, Mursia, Milano, 1970, uscito nel 1970, ci occuperemo in seguito), sostan-
                    zialmente coincidente con quella del già citato Manlio Masci: tesi secondo cui responsabile
                    dell’accaduto sarebbe stato il già ricordato maggiore Wolf Werner von Schulenburd (ricerca-
                    to  anche  per  la  strage  di  Matera).  Paoletti  sposta  la  responsabilità  sul  livello  inferiore:  il
                    comandante Georg Schulze, «supposto mandante e responsabile» che poi, come tanti altri
                    criminali di guerra, sarebbe morto nel suo letto di casa.
               8    Così efferata e inesplicabile - ricorda Battaglia (Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino,
                    1964, p. 126) sulla scia di Colacito (La Resistenza in Abruzzo, in «Movimento di Liberazione in
                    Italia», 1954, 30, p. 16) - è stata questa strage da far nascere una «candida leggenda popolare»
                    secondo la quale il generale tedesco che la ordinò sarebbe tornato nell’immediato dopo-
                    guerra sul posto, in veste di ignoto pellegrino, per invocare il perdono da Virginia Macerelli,
                    unica superstite (insieme alla nonna Laura Calabrese), allora di appena otto anni, che in
                    seguito avrebbe fornito ripetute testimonianze (anche in filmati televisivi) di quella sua tre-
                    menda  esperienza.  Una  rievocazione  particolareggiata  del  massacro,  seppure  di  stampo
                    giornalistico, ma con accenti talvolta toccanti, è quella di R. Caniglia, Il mostro di Limmàri
                    (L’eccidio di Pietran- sieri), Japadre, L’Aquila 1972. Interessante, per comprendere il clima di
                    terrore instaurato in quei luoghi, è il diano del sacerdote Virgilio Orsini, Campo di Giove
                    dai «primitivi» alla seggiovia, Labor, Sulmona, 1970, su cui cfr. D. Basti, O. laviceli, Il Sangro
                    nella letteratura e nella memorialistica, in C. Felice (a cura di), La guerra sul Sangro. Eserciti e popo-
                    lazione in Abruzzo 1943-1944, Franco Angeli, Milano, 1994, pp. 469-80, e Liceo Scientifico
                    Fermi di Sulmona e si divisero cit., pp. 127-36, dove se ne riportano ampi stralci. Sulla stra-
                    ge di Pietransieri, come sulle altre compiute nell’alto Sangro, si possono vedere pure A.
                    Cavaliere, Gli eccidi nazisti nell’Alto Sangro-Aventino e le origini della Brigata Maiella, in Rivista

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