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I CARABINIERI DEL 1944 - IL REGNO D’ITALIA
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diffuso (un tempo fiorente protoindustria di lane e ceramiche) .
E nei remoti meandri della montagna più aspra anfratti e grotte inaccessibili:
un tempo - come direbbe Silone - ricettacoli di briganti ed eremiti, ora sicuri
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nascondigli per sfollati e partigiani. È in questi luoghi (si pensi alla Grotta del caval-
lone) che D’Annunzio, non a caso, ambienta la Figlia di Iorio, la sua tragedia artisti-
camente più riuscita per la rudezza dei personaggi perfettamente scolpita sulla
durezza degli ambienti. Qui dunque la ristagnante linea del fronte crea la terra di
nessuno: un contesto estremizzato di miserie, sopraffazioni e violenze, cui spesso si
accompagna uno spaesamento fisico e persino mentale. Ed è qui che l’esercito ger-
manico si macchia delle peggiori nefandezze: razzie, deportazioni, incenerimento di
interi paesi e villaggi, esecuzioni sommarie di uomini e donne innocenti, fino alle
stragi vere e proprie. È la tattica nazifascista della «terra bruciata»: tra sé e il nemico
che avanza una sorta di intercapedine - da non confondere con la «fascia di sicurez-
za» come neanche con la «linea di combattimento principale» (per stare al linguaggio
militare germanico) - su cui annientare ogni forma di vita e sostentamento.
Dalla terra di nessuno alla terra bruciata il passo è breve. Nei primi di
dicembre, quando già la zona era piombata nell’oscurità avendo i tedeschi
demolito le centrali elettriche di Taranta Peligna, vengono minati e fatti saltare
in aria uno dopo l’altro suggestivi agglomerati di montagna (accentrati o sparsi
che fossero): il 4 Torricella, tra il 4 e il 5 Gessopalena, il 7 Roccascalegna, e così
via, in un macabro susseguirsi di devastazione e morte.
Prima che sulla linea Gotica nell’estate dell’anno dopo (da Sant’Anna di
Stazzema a Marzabotto), il martirio delle popolazioni civili insanguina i territori
a ridosso della linea Gustav nei mesi invernali del 1943-44, provocando non
solo una reazione popolare di «insospettata e sottovalutata energia», come nella
Campania descritta nel citato Terra bruciata di Gribaudi, bensì una Resistenza
armata vasta e duratura: una guerra partigiana che, per quanto dispersa e poco
centralizzata (ma c’è anche la Brigata Maiella!), diversamente da quanto di solito
si tende a credere (purtroppo anche sul versante storiografico di maggiore
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impegno e spessore) , avrebbe contribuito a liberare dal giogo nazifascista,
1 C. Felice, Ascesa e declino di un distretto manifatturiero. Falena e il circondario dell’Aventino-Verde
(Abruzzo), in Età Moderna e Contemporanea, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2005; Id.,
Mezzogiorno virtuoso. La Val di Sangro dal dopoguerra a oggi, Donzelli, Roma, 2009.
2 L’avventura d’un povero cristiano, Mondadori, Milano, 1987, p. 27.
3 Stupisce alquanto, per la verità, che uno storico pur attento e scrupoloso come Santo Peli
scriva di «assenza di una resistenza organizzata» nel Mezzogiorno (a meno che non se ne
considerino fuori l’Abruzzo e la Campania) per la breve durata dell’occupazione tedesca:
un’assenza che avrebbe contribuito a «lasciare in ombra tratti e caratteristiche della situazione
in cui precipita l’Italia meridionale dopo 1’8 settembre», S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e
critica, Einaudi, Torino, 2024, pp. 57, 235.
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