Page 224 - Rassegna 2024-4 supplemento
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La dinamica sociale odierna, come ampiamente documentato dalla lettera-
tura specialistica, evidenziava una transizione da una concezione, per così dire, for-
male del principio di autorità, dove questa era strettamente legata ai ruoli ricoper-
ti dalle persone (come il genitore, l’insegnante, l’operatore delle forze dell’ordine o
il prete), a una concezione dialettica che riconosceva l’autorità solo in virtù di spe-
cif che qualità e competenze personali. Questa trasformazione delle fonti di legit-
timazione del potere, soprattutto nella cultura giovanile, generava una minore
familiarità con forme strutturate di relazione e con rapporti tra ruoli gerarchici.
In tale quadro, era evidente come i giovani, pur non appartenenti a culture
esplicitamente discordanti, potessero percepire il mondo militare, almeno nella
fase iniziale, come fortemente divergente dai modelli relazionali prevalenti nella
società civile, generalmente caratterizzati da un’informalità trasversale alle età, ai
ruoli sociali, al genere e ai ceti di appartenenza.
Il colloquio motivazionale era nato dalla necessità di creare uno spazio per
il dialogo e l’ascolto, particolarmente importante quando si riscontrava un minor
senso di adattamento al contesto militare. Questo strumento si rivelava essenziale
per af rontare le sensazioni soggettive contraddittorie che oscillavano tra il desi-
derio di permanere nell’attuale stato e la spinta a lasciar perdere tutto. Il collo-
quio motivazionale, condotto con l’allievo, permetteva di esplorare tematiche
evolutive spesso sconosciute allo stesso interessato. In questo modo, si af ronta-
vano temi relativi alla percezione dell’incoerenza tra la condizione attuale e quella
in cui la persona pensava di dover essere o desiderava trovarsi.
Il f ne del colloquio era chiarire le motivazioni e le aspirazioni più profonde
dell’individuo, aiutandolo a decidere serenamente del proprio futuro: continuare
e raf orzare la propria autodeterminazione come carabiniere o abbandonare la
scuola per dedicarsi a ciò che riteneva più adatto alla propria realizzazione perso-
nale.
La promozione di un processo di “alfabetizzazione psicologica”
Il lavoro dello psicologo e il lavoro con lo psicologo, nella maggior parte dei
casi, sono percepiti attraverso congetture o fantasie radicate nell’immaginario
collettivo. Alcuni cliché comuni sul lavoro dello psicologo includono idee come:
gli psicologi sono solo per persone con problemi mentali; oppure gli psicologi possono
leggerti nella mente; o peggio: gli psicologi sono per le persone che non sono sane di
mente. È importante riconoscere che anche gli psicologi stessi hanno contribuito
a delineare questi stereotipi, enfatizzando e promuovendo maggiormente l’inter-
vento in campo psicopatologico, assumendo talvolta il ruolo di mini psichiatri
per af ermare o consolidare il loro ruolo a livello sociale.
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